Questa è certamente una domanda che affligge da sempre chi scrive, coinvolgendo anche chi dovrebbe pubblicare la nostra opera.
Sono del parere che un libro, un romanzo, un racconto, nascano per un’intuizione pura e non già con lo scopo finale di venire letti.
Perché se così fosse, e spesso accade di accorgersene, quei suddetti prodotti, risulterebbero mancanti di quel meraviglioso ingrediente che è la spontaneità.
Mi spiego: se ho in mente una bella storia, devo certamente seguirne i passi per costruirla bene, ma non posso e non devo farlo con il fine ultimo di confezionare un prodotto commerciale.
Un libro non è uno yoghurt per il quale devo studiare una campagna pubblicitaria tanto efficace che lo porterà nel carrello dall’acquirente al supermercato.
Un libro non scade e deve rimanere nel cuore di chi lo legge o, perlomeno, nella sua memoria.
Di un libro posso realizzare una bella copertina, scrivere un’accattivante quarta, progettare una trama ben congeniata, ma non devo mai farlo mancare del mio sentimento genuino, vergine, non contaminato da interessi commerciali.
Data la raffinatezza delle tecniche attualmente a disposizione di chi vuole cimentarsi nella stesura di un testo, e considerati i grandissimi alleati social, per non parlare dell’apporto dell’Intelligenza Artificiale, è facile, per chi scrive oggi, cadere nella tentazione di “confezionare” un libro.
Ritengo quindi che l’ingrediente segreto oggi sia quello di metterci la purezza seguendo ciò il nostro cuore ci detta, senza pensare al tornaconto.
Difficile? Non credo, basta tornare a quando eravamo fanciulli e giocavamo senza conoscere che il mondo fuori, anche per il nostro giocattolo, avesse un prezzo.
Ecco che forse, così facendo, potremmo portare il potenziale lettore a leggerci.
