Mi sono imbattuta quasi per caso in questo romanzo, l’ho iniziato senza aspettative, un po’ come ci si trova tra le mani un libro e s’incomincia a leggerlo, senza farsi domande sulla trama, lo stile e nemmeno se ci avvincerà.
Forse, a posteriori, mi dico, è l’approccio migliore perché “Fuoritempo” venga scoperto.
Spesso nella vita di critica e di lettrice ho percepito e distinto la mano maschile da quella femminile e l’ho amata, mai però così tanto come in questo caso. Trovo che Stefano Bortolussi sia uno scrittore completo perché sa raggiungere il cuore anche di una donna, mostrando un protagonista maschile fragile e primitivo, insomma un uomo ambito e forse in via d’estinzione.
Dalle prime battute di un concerto o meglio, di una performance musicale, (è il caso di definirla così) si resta seduti ad ascoltare (ho scritto ad ascoltare volutamente e non leggere!) il ritmo narrativo che assorbe e non langue sino alle ultime note (pardon, righe).
Vorrei raccontare qualcosa di più di questo splendido romanzo, ma mi sembra quasi di togliergli onore. Per non sembrare misteriosa e quindi allontanare il futuro lettore, voglio almeno anticipare che è una vicenda d’amore, possibile e moderna, un confronto tra la maturità di Hunter e l’adolescenza di Steph. Sono molto tentata, scrivendo queste poche righe, di svelare, commentare, far rivivere i momenti intensi e introspettivi dei dialoghi e dei silenzi, ma non posso, perché mi lascerei trasportare di nuovo così come ho fatto leggendolo, perdendo ore di sonno per giungere all’alba e capire dove la storia sarebbe approdata. E proprio perché desidero che questo romanzo di Stefano Bortolussi rimanga qualcosa di prezioso in chi si fiderà delle mie parole e lo leggerà, chiudo, sulle note musicali che mi ha lasciato nella testa, sul rumore del mare e su un piccolo neo, in mezzo agli occhi. Da leggere assolutamente.
