Verga, il verismo e la sua visione


Oggi, 2 settembre, non ricordiamo Giovanni Verga per la sua nascita, ma per una novella che racchiude in sè la sua visione della vita.  In “Fantasticheria” lo scrittore siciliano anticipa quello che sarà il suo pensiero verista, affermando che la povera gente, per sopravvivere e non soccombere divorata dai pesci più grossi, dovrebbe restare attaccata alla propria famiglia, proprio come un’ostrica. Questa visione, se vogliamo rassegnata, verrà ripresa nel suo più grande romanzo “I Malavoglia” . E’ una teoria oggi certamente discutibile e che potrebbe apparire anacronistica alla maggior parte di noi, ma è comunque innegabile che l’intento di Verga di mantenere la famiglia come luogo sicuro e coeso non vada deriso, bensì rivalutato. Riportiamo l’incipit della novella “Fantasticheria” certi che lo apprezzerete.

Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci-Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: – Vorrei starci un mese laggiù! 
 Noi vi ritornammo, e vi passammo non un mese, ma quarantott’ore; i terrazzani che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno creduto che ci sareste rimasta un par d’anni. La mattina del terzo giorno, stanca di vedere eternamente del verde e dell’azzurro, e di contare i carri che passavano per via, eravate alla stazione, e gingillandovi impaziente colla catenella della vostra boccettina da odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che non spuntava mai. In quelle quarantott’ore facemmo tutto ciò che si può fare ad Aci-Trezza: passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo sugli scogli; col pretesto di imparare a remare vi faceste sotto il guanto delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per far qualche cosa che a’ barcaiuoli potesse parer meritevole di buscarsi dei reumatismi, e l’alba ci sorprese in cima al fariglione – un’alba modesta e pallida, che ho ancora dinanzi agli occhi, striata di larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo, raccolta come una carezza su quel gruppetto di casucce che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, mentre in cima allo scoglio, sul cielo trasparente e limpido, si stampava netta la vostra figurina, colle linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi.  Avevate un vestitino grigio che sembrava fatto apposta per intonare coi colori dell’alba. Un bel quadretto davvero! e si indovinava che lo sapeste anche voi, dal modo in cui vi modellaste nel vostro scialletto, e sorrideste coi grandi occhioni sbarrati e stanchi a quello strano spettacolo, e a quell’altra stranezza di trovarvici anche voi presente. Che cosa avveniva nella vostra testolina allora, di faccia al sole nascente? Gli domandaste forse in qual altro emisfero vi avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste soltanto ingenuamente: – Non capisco come si possa vivere qui tutta la vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA *