Vale la pena di leggere questa storia straordinaria (e reale)


A volte restiamo affascinati dalla vita delle persone più famose perchè hanno compiuto grandi imprese, ma questa storia, raccontata da Maria Vezzoli, e raccolta in un’antologia intitolata “Intorno alla Presolana” (vol.I) ci fa comprendere quanta tenacia e genialità si nasconde a volte nelle persone comuni che hanno attraversato momenti di difficile storia italiana, vincendo grandi ostacoli.
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Ricorre spesso, nei racconti di persone diverse di Castione, Bratto e Dorga, il riferimento a una persona speciale, “la Carmela”. Carmela è un nome abbastanza diffuso quassù: come mai?- dicono a volte i forestieri- Carmela qua in zona Prealpi?ma non è un nome meridionale? Ma no, Carmela è un nome legato alla devozione alla Madonna! E “la Carmela” di cui parleremo qui è una figura di donna straordinaria, ricordata da tutti come dispensatrice di aiuto, di coraggio, come consigliera capace di risolvere problemi, di decidere senza perder tempo, di costruire la sua vita sostenendo nel contempo quella degli altri. Un gran bel personaggio. Carmela non c’è più oggi, ma ci sono ancora alcuni una sua figlia e i nipoti, e proprio da un nipote, Roberto Jannotta, raccogliamo una preziosa testimonianza.

Una famiglia povera
Carmela Messa nasce il 12 giugno 1906. I Messa vengono dalla vicina e pittoresca Valzurio, e Felice, padre di Carmela, è originario di Spinelli, una piccola frazione di Nasolino, borgata all’inizio della valle di cui è tutt’ora il paese “più grande”. Il soprannome che accompagnerà a lungo la famiglia sarà proprio “Messa Spinèi”. La mamma di Carmela è Maria Piccardi, di Castione della Presolana. All’epoca, per qualche motivo dimenticato, i Messa hanno parecchi terreni, quassù nella zona di Castione e Bratto. E infatti Carmela nasce nella cascina di famiglia in località Glér, su verso il passo della Presolana. Le proprietà dei Messa però erano sparse: ce n’era una fetta in paese e pezzi qua e là. Erano terreni a pascolo, che non valevano niente. Solo molto tempo dopo, verso gli anni ‘60-’70, in relazione al boom dei turisti milanesi, acquisteranno valore come aree fabbricabili. Il padre di Carmela era sopravvissuto alla prima guerra mondiale, ma non sopravvisse alla spagnola, la violenta febbre influenzale che, nel 1918-19, fece, solo in Italia, oltre un milione di vittime. Felice se ne va che ha solo 42 anni, e lascia la sposa ancora giovane con ben sei figli, Luigi, Giacomo, Mea, Felicina, Giacomina, Carmela e un settimo in arrivo. Questo bambino che non conoscerà mai suo padre si chiamerà Francesco, familiarmente Ceco.
Le famiglie vivevano molto unite, nella cascina, e avevano un senso religioso molto intenso. Però i Messa erano poverissimi. La necessità aguzza l’ingegno, e Carmela, con i suoi fratelli, aveva escogitato un sistema per portare a casa un po’ di cibo: andava a “rubare” stracchini e formaggelle a quello che poi sarebbe diventato suo suocero. Il piccolo drappello di ragazzini raggiungeva la cascina, facevano passare tra le inferriate un bastone a punta, infilzavano le “forme” messe lì ad asciugare, le tiravano vicino alla finestra, poi, con le loro manine di bambini che passavano facilmente tra le sbarre, rompevano la forma in quattro pezzi e poi la ricomponevano. La portavano a casa, “abbiamo lo stracchino”, dicevano, e la mamma chiedeva “dove lo avete preso?” e loro “ce lo ha regalato il Tomasino, perché gli si era rotto e non lo poteva vendere al mercato”. Così la mamma, quando lo incontrava a messa, gli diceva “Grazie signor Tomasino delle formagelle che mi fa avere ogni tanto e che mi portano i miei figli”. E lui “Ma andate buona donna, andate…”, perché così sapeva chi glie le portava via. Era questo il clima che si respirava: la gente condivideva, i ragazzini non andavano a “rubare” a chi aveva poco, c’era una sorta di tacito accordo. E per questo abbiamo messo “rubare” tra virgolette…

La domanda di matrimonio
Nel 1922 Carmela ha 16 anni ed è una bella ragazza: occhi verdi, capelli castani, l’ incarnato roseo dei Messa. È piuttosto alta, in un’epoca in cui i paesani della conca della Presolana sono spesso piuttosto bassi: le condizioni di vita, le difficoltà, l’alimentazione povera limitano la crescita. I giovanotti del paese la guardano certo ammirati, ma lei vuole diventare suora, anzi, suora di clausura carmelitana scalza. Come è possibile che una donna di un paesino sperduto, nel primo quarto del ‘900, scelga un ordine sì contemplativo, ma anche intellettuale di altro livello? Ha studiato fino alla terza elementare, poi per continuare le scuole avrebbe dovuto andare a Castione … figuriamoci, bisognava lavorare nei campi. Però Carmela legge tanto, legge con passione le vite dei santi, che resteranno la sua lettura preferita anche da adulta.
Ma il diavolo… anzi il parroco, ci mette lo zampino: il parroco di Bratto è don Bortolo Tomasoni, nativo di quassù, che dopo aver fatto il curato a Gorno rientra al paese come parroco.
Don Bortolo è di famiglia benestante e ha un fratello e tre sorelle. Dunque Don Bortolo un bel giorno va a casa dalla signora Maria e le chiede, per suo fratello Luigi, la mano di Carmela. Luigi ha 12 anni più di Carmela, ed è proprio innamorato di quella bella figliola. E lei, forte, decisa, dice sì: “Io pensavo di andare suora, ma se il Signore mi chiede questo, forse la mia vita è questa”. Come mai questo cambio d’idea? Non fu certo costretta, come disse qualche malalingua, dalla famiglia che era tanto povera mentre Luigi era benestante: conoscendo la storia di Carmela, è ben più facile pensare che nessuno poteva “costringerla”. È invece assai più probabile che, se non le dispiacque poter essere d’aiuto alla sua famiglia, Luigi le piacesse parecchio: era un gran bell’uomo, biondo, alto, occhi azzurri. E di fronte a un così bell’uomo, per di più buono, gentile e anche istruito, i propositi di vita monastica evaporano in fretta.
Istruito, certo, perché c’è anche un particolare non indifferente: Luigi è sordomuto, come due delle sorelle. Solo i primi due della famiglia, don Bortolo e Oliva, non lo sono, quelli arrivati dopo, Luigi e le due sorelle sono sordomuti. Oggi si può pensare che un’infezione virale abbia portato a questa conseguenza. Ma quello che rappresenta uno svantaggio ha fatto sì che Luigi e le sorelle minori abbiano frequentato molto più a lungo la scuola, una scuola speciale e molto buona, a Torre Boldone. Lì Luigi ha anche imparato a leggere il labiale e a parlare, sia pur con voce un po’ gutturale. Oltretutto ha imparato più di un mestiere: fornaio, ciabattino. Carmela mostra comunque decisione e coraggio da vendere, sa che non sposa solo il bel Luigi, ma un’intera famiglia: i genitori erano morti, e c’erano le sorelle di cui doveva prendersi cura.
Anche di queste sorelle, ci sarebbe da dire: Giovannina, la più colta, che parlava sempre per superlativi: buonissimo, astutissimo, grandissimo, uscirà presto di casa per far la perpetua al fratello parroco, mentre Buona resterà in famiglia e darà una robusta mano in panetteria. Oliva morirà a soli 33 anni, forse di tifo.

Sposa giovanissima e coraggiosa
Dunque Carmela a 16 anni si sposa col suo Luigi. E va pure in viaggio di nozze, a Lovere, sul lago d’Iseo, dove una bella foto la ritrae con il suo sposo, su uno straordinario sfondo “posticcio” come era uso a quel tempo.
Carmela, pronta a una vita di grandi responsabilità, è pur sempre una ragazza di 16 anni, e, si dice, nel corso del primo anno di matrimonio ogni tanto gioca alle bambole con la giovane cognata. Forse anche perché intanto spera nell’arrivo di un bambino vero, ma il suo desiderio è frustrato dal susseguirsi di tre aborti spontanei. Le preghiere intense, le cure di vitamina E di un vecchio, famoso dottore e, probabilmente, la normale maturazione di una ragazza tanto giovane le permettono finalmente di realizzare il suo desiderio; nel ’27, quando Carmela ha 21 anni, nasce Tomaso, nel ‘29 nasce Maria, nel ’31 Felice e nel ’33 Oliva.

Imprenditrice coi fiocchi
Ma il susseguirsi delle maternità non impedisce a Carmela di sfoderare le sue capacità imprenditoriali: nel 1927 costruisce, a Bratto, una casa dove nel 1929 aprirà, al piano terra, un bel negozio di generi alimentari, il primo del paese. Maria nasce a ferragosto, ma pochi giorni dopo Carmela è già in negozio, con il cappotto: è venuto freddo, una puerpera non deve prender freddo, ma il negozio deve andare avanti con la sapiente gestione della proprietaria.
Sempre nel ‘29 questa grintosa ventitreenne è la prima donna a entrare alla borsa merci di Bergamo, per acquistare la farina al prezzo più basso, e poter così vendere il pane al prezzo più vantaggioso della zona. Persino dalla val di Scalve, malgrado la precaria viabilità di allora, venivano i ragazzi a piedi con le gerle, e lei mandava su con un calessino: si incontravano al passo e il pane cadeva veloce nelle gerle di Colere, Vilminore, Schilpario…
Dunque la nostra Carmela aveva nel DNA il commercio, ma questo non le impediva di essere straordinariamente generosa: aveva fatto la fame, sapeva che cosa era. Racconta una persona che ben l’ha conosciuta: “Noi eravamo piccoli, la mamma ci mandava a prendere la farina da polenta, e lei ci dava sempre una bilanciata in più”. Non è un racconto isolato, perché tanti ricordano che la Carmela ha aiutato un po’ tutto il paese.

La cavalla bizzarra in piazza Roma
Carmela aiuta tutti, ma il fascismo non le va giù. La foto sulla licenza di commercio porta, come è d’obbligo, l’emblema dei fasci, ma lei, facendo finta di niente, lo gratta via. Quando in piazza Roma, a Castione, c’è l’adunata del sabato fascista, lei passa col carro per andare a Clusone: è proprio al sabato che con il treno arrivano i sacchi di farina. La cavallina è vivace, si indispettisce a veder troppa gente tutta insieme, e sistematicamente disturba l’adunata. Il podestà sospetta che le intemperanze della cavalla siano … premeditate. Poi c’è il Pino, storico collaboratore del forno e del negozio, che si sa che è antifascista. Cacio sui maccheroni, alla trattoria Livigno, proprietà del fratello del Pino, scoppia una rissa perché qualcuno si mette a cantare Bandiera rossa. Il podestà si convince che Carmela è in combutta con gli oppositori del regime e le revoca la licenza.
Lei però è una donna attenta, sa che il potente Roberto Farinacci, noto come “ras di Cremona”, rientra il fine settimana da Roma. Raggiunge col calesse la città padana, si presenta col distintivo del fascio e, abilissima, comincia la tiritera: non c’è suo marito, poverino, è sordomuto, hanno quattro figli, due cognate pure sordomute da accudire, e poi il suo è l’unico negozio del paese. E conclude “Non sto a dirle che sono una fascista della prima ora, ma io lavoro per la Patria”. Il “ras” di suo pugno firma l’ordine di ridarle la licenza.

In guerra
Ma per tirare avanti e aiutare tante persone anche negli anni bui della guerra, oltre al coraggio e alla tenacia è necessaria una certa spregiudicatezza. Manca tutto, è difficile procurarsi generi di prima necessità. Carmela dove può, dà, ma ha le mani legate dalle restrizioni imposte: niente paura, eccola che marcia sul prefetto. Gli porta un bel salame e lui chiude un occhio, perché tanto lo sa che un po’ di borsa nera bisogna pur farla, se si vuol campare e far campare. Carmela infatti ogni tanto va da parenti e conoscenti in campagna e porta su valigioni di farina e altri generi alimentari. Non si arricchisce arrangiandosi con la borsa nera: certo, fa business con i signori delle ville, che hanno lasciato Milano per rifugiarsi quassù, così con gli altri, quelli che non hanno niente, può permettersi di essere generosa, di aiutare tutti. In epoca bellica ci sono infatti le famose le “tessere annonarie”, schede strettamente personali, contenenti un certo numero di “bollini”. Ogni tessera è valida per un tot di generi alimentari razionati, quelli di prima necessità come farina, pane, zucchero. Ogni bollino vale una razione mensile e ha un determinato valore, fissato di volta in volta dall’Annona, secondo quanto arriva nei suoi magazzini e viene distribuito ai commercianti.
Anche se non ci sono prove certe, persone molto ben informate raccontano che Carmela, oltre ad aggiungere qualcosa di quanto porta dalla campagna, addirittura, visto che la gente con i beni concessi proprio non ce la fa, con l’aiuto della storica tipografia Ferrari di Clusone falsifica alcune tessere. Non si sa bene: bollini nuovi o tessere nuove, fatto sta che le famiglie possono procurarsi un po’ più farina, più zucchero, più cibo, insomma, e mangiare.
Miracolo di diplomazia, durante la guerra Carmela, antifascista, riesce sia a tener buoni i tedeschi sia a dare una robusta mano ai partigiani. Al passo della Presolana c’è la Todt, e sono quasi tutti austriaci, mentre all’Hotel Presolana, in centro al paese, c’è il comando delle SS. Capita un giorno che, mentre passa in paese un drappello di SS, c’è un gruppetto di ragazzini che gioca in piazza, qualcuno scherza, fa qualche smorfia, e un “crucco” allunga una pedata nel sedere proprio a Felice, figlio di Carmela. Lei esce come una furia, dà una sonora sberla al soldato e lui le punta il mitra. Un cenno dell’ufficiale, e tutto finisce. Con gli austriaci della Todt va anche meglio: Carmela alleva due o tre maiali, e uno è riservato proprio a loro. Ricambiano con un barile di miele, che vien buono per tutto il paese, in tempi di razionamento dello zucchero, E ricambiano anche … chiudendo un occhio quando serve. C’è un’altra storia ancor più significativa: un giorno un partigiano entra in negozio e, per uno scherzo che non basta definire incosciente, punta le pistole alle tempie di Carmela, seduta alla cassa, e le dice: “Carmela, se le dovessero dire o la borsa o la vita, mi sa che la borsa non la lascia”. Proprio in quel momento entra un ufficiale della Todt. Da non credere: l’ufficiale fa finta di niente. Oltretutto il partigiano ha una cesta – in dialetto un “caagneul”- piena di armi. Quelle, ben nascoste sotto le cibarie, l’ufficiale non deve averle proprio viste. Come mai tutte quelle armi? Anche qui c’è una storia. Di notte Carmela, con il cognato parroco e il fornaio che milita tra le fila dei partigiani ascolta radio Londra. I messaggi in codice fanno sapere quando gli inglesi scaricheranno armi e munizioni nella zona del Monte Pora. Quando ci sono i lanci il fornaio va a prenderle e tutto quanto verrà nascosto in una stalla sempre di Carmela e anche in canonica, diavolo e acqua santa! Poi, dalla Val Camonica e dalla Val Brembana, dove c’è il grosso dei comandi partigiani, vengono a prenderle.
Ma una volta ne capita una grossa: Tomaso, il figlio maggiore, che ha 16 o 17 anni ma ne dimostra di più, va, come spesso accade, al passo della Presolana, col calesse, per consegnare il pane a quelli della val di Scalve. Qualcuno deve aver “soffiato” che la famiglia della Carmela aiuta i partigiani, e così i tedeschi lo arrestano, e lo chiudono nelle cantine dell’albergo Franceschetti, sequestrate e adibite a prigione. Carmela viene subito informata, in un batter d’occhio prepara la valigia e si piazza al Franceschetti: è mio figlio, e non è partigiano. Vada a casa, le dicono, che domani lo lasciamo libero. Ma neanche per sogno, io di qui non mi muovo…Carmela si sistema sulla valigia e sta lì tutta notte: vuole essere sicura. E l’indomani infatti il suo Tomaso se lo porta a casa. Comunque i sospetti seguono la famiglia per tutta la durata dell’occupazione tedesca: ispezioni in casa e in canonica, addirittura la proibizione al parroco di suonare le campane, per timore che trasmetta messaggi in codice. Ma un buon servizio informazioni, affiancato da qualche bel salame evita drammatiche conseguenze. E finalmente anche la guerra finisce, tornano i villeggianti, il negozio riparte alla grande.

Il negozio
Fin dall’inizio, nel lontano ’29, le commesse hanno la divisa pulita e in ordine, le fette di prosciutto le prendono solo con la punta delle dita, unghie corte e pulitissime. E poi, antesignana come sempre, Carmela inventa il catering, fa servizio completo per i matrimoni, perché ristoranti non ce ne sono, e il pranzo di nozze si fa in casa, e spesso nella stalla, lustrata per l’occasione.
Finita la guerra, poi, Carmela amplia il servizio: il suo negozio negli anni ’50 ha ben una trentina di dipendenti: cuochi, pasticceri, fornai, macellai, fattorini. I supermercati son di là da venire, ma Carmela a suo modo ci è già arrivata.
I clienti non pagano ogni volta, ma hanno il “libretto”, su cui si segna la spesa. È un uso frequente, fa comodo a tutti e per di più tiene legato il cliente. I villeggianti pagano a fine stagione. Le donne del posto invece pagano quando il marito rientra dalla Svizzera e dalla Francia, perché l’emigrazione stagionale è partita alla grande, in quegli anni.

Sempre più imprenditrice
Primi anni ’50. Luigi gestisce con perizia il forno, e non dimentica che sa fare anche il ciabattino, e quindi lavorare i pellami. Confeziona belle borse di pelle un po’ a tempo perso, per la famiglia. La famiglia abita sopra il negozio. Davanti c’è un terreno a prato, appartiene a un certo Filippo. Una sera Carmela si appresta ad andare a letto, è già in camicia e va sul balconcino della sua camera per chiudere le ante. In strada ci sono due villeggianti che chiacchierano: “domani andiamo a portare la caparra, ci vengono dentro tre belle villette…”. Apriti cielo: Carmela si riveste, prende un bel rotolo di soldi e si precipita dal proprietario del terreno: “Filippo, ho sentito che volete vendere, quanto vi danno? Io vi do di più e vi do anche subito la caparra”. Si dava del voi, allora. Affare fatto, costruiremo qualcosa che potrà essere case, negozi, magari anche albergo. Chiama un ingegnere di Bergamo, che arriva con un collega e propone di costruire l’edificio al centro del terreno. “Sarete anche ingegneri – sbotta Carmela – ma siete poco pratici, l’edificio lo facciamo in parte, così poi mi resta tutto il giardino”. Che Carmela vedesse nel futuro? Una terribile disgrazia intanto colpisce la famiglia: nel ’53 Oliva, a soli vent’anni, muore per una setticemia. Carmela affronta con coraggio la tragedia, e oltretutto deve confrontarsi continuamente con dolorose coliche epatiche. Ma va avanti, con fede e tenacia. L’edificio non è ancora finito, i soldi scarseggiano, anche se Carmela e Luigi hanno venduto una cascina. Arriva la superiora delle suore Marcelline, di Milano, quelle di piazza Tommaseo e di via Quadronno, hanno una scuola prestigiosa per ragazze bene. Cercano un pensionato estivo per le loro educande. Anticipano tre anni di affitto, e così la costruzione si può terminare. Carmela arruola giovani muratori del posto, e controlla tutto: cappello di paglia calcato sulla testa, si arrampica su e giù per le impalcature, un po’ capomastro e un po’ direttore dei lavori. Il pensionato delle Marcelline parte come colonia e anche come pensione. D’estate l’intellighentia del clero milanese porta cultura e dibattito.

L’ Hotel Milano
Carmela per i suoi problemi di fegato va a Chianciano, due volte all’anno, a curarsi. Sceglie un albergo dei migliori, e sempre porta con sé la figlia Maria. Legge sempre molto: le sue predilette vite dei santi, i “Dialoghi delle Carmelitane” di Bernanos, qualche romanzo di Cronin – E le stelle stanno a guardare, La cittadella – che le propone la figlia. E intanto, meditando qualcosa che verrà, sollecita Maria: “Guarda come fanno, guarda com’è la colazione, come mettono la tavola, gli antipasti…” Così Maria impara. Nel frattempo anche gli zii Messa, con questa straordinaria capacità di mettere a frutto la spinta che hanno avuto dall’antica povertà, si sono ingegnati e hanno messo in piedi alberghi: il Grotta, il Pineta, l’Aurora. Ogni tanto Maria dà una mano, soprattutto collabora con un prestigioso ristorante del Passo della Presolana, il Manarini, perché il signor Manarini, il proprietario, è grande amico di famiglia.
Nel ’59 Maria si sposa con Tommy Jannotta, militare di carriera, e va a vivere a Milano.
Un po’ immalinconita dalla lontananza dai suoi monti, un bel giorno Maria si sente dire, al telefono, da mamma Carmela “ Le suore mi han lasciato libero l’albergo, hanno ereditato a Esino e si trasferiscono là, così…” . Maria non la lascia neanche finire “Non darlo a nessuno, perché vengo io”. C’è qualche difficoltà, Tommy è legato alla sua carriera, ma l’intervento diplomatico di un colonnello medico zio di lui scioglie le titubanze.
Un paio d’anni per sistemare l’edificio, rifare i bagni, e l’hotel Milano apre, tutto esaurito, per il Natale del ’64, perché già c’è la licenza di far pensione, anche se l’apertura ufficiale sarà nel ’65. Le prenotazioni per la prossima estate fioccano.
Con le suore si chiamava pensione Centrale, bisogna cambiare nome: Hotel Milano, in onore degli ospiti milanesi, che sono la maggior parte.
Sarà Maria con il marito Tommy e poi con i figli a gestire l’albergo, ma Carmela non rinuncia a tener tutto sotto controllo: si informa facendo finta di niente con i clienti, vuol sapere se si trovano bene, chiede se Maria è brava, se è gentile.
Continua a gestire il suo negozio, e a tenere un occhio sull’albergo sin quando, nel 1967, un infarto se la porta via. Due anni dopo il suo Luigi la raggiunge

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