Una lettera di scuse immaginaria… tratta da un mio racconto


Lo pronunciamo in modo distratto se urtiamo qualcuno, oppure con tono imbarazzato se il numero composto è diverso da quello che stavamo cercando, più sofferto poi se accade la notte, perché consapevoli di aver svegliato uno sconosciuto.
”Scusi” e siamo già lontani dalla sua vita, celati da un anonimato che non richiede altre parole.
Mille volte avrei voluto pronunciare “scusami” come se tu fossi stato uno sconosciuto, e mille volte vi ho rinunciato. L’orgoglio, la vigliaccheria, l’incapacità di pormi davanti a te, è divenuto un ostacolo, insormontabile, che cresceva ogni giorno, invalicabile tra noi. Nessuna ruspa avrebbe mai potuto demolirlo, capivo che avrei dovuto arrampicarmi con fatica, sopra quelle paure e quei pregiudizi, quella vigliacca reticenza che ti imprigiona il cuore e il cervello come una reta fitta, dalla quale non trovi via d’uscita, se non reciderla con il coraggio. Unico illusorio complice: il tempo, che ineluttabile trascorre e che dovrebbe cancellare, affievolire. Mi sono resa conto, però, non serve se di mezzo c’è l’odioso sentimento del rimorso, mai. Eh già, ed io ne sono colma, vergognosa, addirittura arrivata a odiarlo, nella speranza, chissà, di distruggerlo. Ma lui è il mio peggior nemico, mi sta accanto, mi sveglia al mattino e mi culla la notte, nei sogni, quelli che poi diventano incubi.
Come ho potuto tradirti? L’amico, il compagno in difficoltà, il più debole tra noi due, eppure l’ho fatto. Ho permesso che le colpe ricadessero su di te e che tu perdessi il posto, quello che amavi, che ti dava sostentamento. Ogni giorno mi siedo alla tua scrivania e vorrei cancellare le tue impronte, piccoli segni di te, cerco di imitarti, di offuscare la tua memoria negli altri, ma tu sei un’ombra costante in questa stanza. Mi segui anche a casa, quando acquisto qualcosa e penso che tu non possa fare lo stesso. Vivo nella paura che sia scoperto il mio gioco meschino, ho buttato centinaia di pezzi di carta nel tuo stesso cestino, pieni di mie confessioni, ma non ho mai avuto il coraggio di consegnarli. Sai chi sono e il tuo silenzio mi fa ancora più male, avrei preferito che mi affrontassi, oppure vederti imprecare o piangere. Ma nulla
Basta, alzo il ricevitore, quello nel quale hai parlato mille volte: il rimorso è insostenibile ormai, mi merito una tua qualunque reazione. Pochi squilli, lo stringo, come se m attaccassi a un’ancora di salvezza:
“Pronto… sei tu? “ Chiudo gli occhi e non ti lascio tempo, un po’ come quando si sbaglia numero la notte.
“Scusami, scusami, scusami, scusami” lo ripeto più volte perché ti sia chiaro, provocatorio, risolutivo.
“Ciao” mi rispondi dall’altra parte “non ti preoccupare, ti ho perdonato da molto tempo” e riattacchi.
Ti ho perso, lo so, avrei dovuto affrontare la mia coscienza da subito. Ora potrò solo scriverti lettere di scuse per non spedirtele mai.

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