Un viaggio indimenticabile


Metti insieme gli ingredienti, inforni e resti in attesa fino a quando il timer non avverte che la tua creazione è pronta. Cucinare è un’attività piacevole molto simile a un viaggio che programmi e che ti gusti, in compagnia o da solo. Con i suoi imprevisti.
Chi non ha mai sognato un viaggio lontano? Che inizia molte ore dopo la partenza? Noi ci trovavamo in quello stato d’animo in cui galleggiano assieme il fascino della lontananza, le inevitabili paure delle situazioni incognite e, per almeno uno di noi, la voglia di fuga.
Io, da personal trainer della mia famiglia, avevo studiato e programmato ogni aspetto.
Ore di volo, tappe in auto, escursioni, alberghi, ristoranti e le mete principali, quelle che ogni turista tocca e giudica irrinunciabili. Il tutto condito con un adeguato pronostico economico, dividendo sapientemente la disponibilità sulla quale potevamo contare per i giorni della durata.
Un piano perfetto. Come la ricetta di uno degli chef più accreditati del momento.
Mi sentivo insomma la guida migliore per i miei due uomini: il più anziano timoroso di trasvolare l’oceano e trovarsi nel nuovo continente, il più giovane che non aspettava altro che vedersi materializzare i propri miti e le icone di teenager. In una parola l’America, cioè il suo simbolo: New York.
Prima tappa. Appena sbarcati, con gli occhi arrossati dal volo ma concentrati sulle direzioni da prendere, Il ragazzo di colore ci sorride e ci accoglie con un “Welcome Newark” che ci mette di buon umore. La prima occasione di rispettare il budget ci si presenta quando dobbiamo scegliere tra il coach e il taxi, ma subito ci rendiamo conto che, con una minima trattativa, simile ma meno lunga rispetto a quelle che si fa nei paesi arabi, riusciamo a raggiungere l’albergo ad un prezzo cheap. Broadway è affollatissima (e quando mai non lo è?) e i miei spostano gli occhi da un marciapiede all’altro come a una partita di tennis.
Ho scelto bene l’albergo, vicino alla famosa quinta, è un andirivieni di persone, di ogni nazione, accogliente e discretamente elegante, peccato che la temperatura interna congeli ogni caloroso entusiasmo.
Non abbiamo tempo da perdere, i giorni destinati alla città simbolo degli stati uniti sono pochi e dobbiamo consumarli assieme alla suola delle nostre scarpe.
Siamo italiani, vale a dire che la colazione americana non fa per noi e vaghiamo alla ricerca di una caffetteria dove abbuffarci di croissant pieni di strutto ma dal sapore noto.
E dopo una lunga traversata di Central park, tra scoiattoli agili e newyorchesi che corrono per perdere centimetri, una immancabile occhiata al famoso hotel Plaza, un ingresso al museo Guggheneim puntando il naso all’insù per vedere il camminamento a spirale, finalmente il mio uomo più giovane può concedersi la tanto agognata passerella nella quinta. Pare che non riesca più a contenere I dollari nelle tasche.
Lo seguo, mentre la mia salute mi ricorda che da qualche mese passo da un ospedale all’altro alla ricerca di una soluzione. Che medici di pronto soccorso o specialisti privati non hanno saputo ancora offrirmi.
Ma posso ascoltare il mio corpo che mi sta prepotentemente avvisando che sto per sentirmi male? Proprio ora che il mio giovane uomo entra e esce dai negozi idealizzati, di moda e di tendenza?
Forse distraendomi tra modelli perfetti che si lasciano adorare da teenagers ammiccanti, potrò dimenticare il malessere che pare si ostini a farmi sentire che ancor non sono fuori dai guai.
Chiedo un bagno come fossi un’anziana signora che ha problemi d’incontinenza, supero una fila di persone che attendono di entrare nei camerini di prova e mi ritrovo tra scatoloni ammassati nel tentativo di individuare un bagno. Ne esco pallida, con la conferma che non posso più scherzare con il mio corpo, ma non voglio nemmeno rovinare lo shopping di mio figlio e la pazienza di mio marito.
“ragazzi vi saluto, vado in albergo, sono stanca” e senza dargli il tempo di preoccuparsi, fingendo di sapermi reggere sulle gambe, attraverso la quinta per dirigermi verso la settima, agognando l’arrivo all’albergo come a un luogo dove si potrebbe compiere il miracolo della mia guarigione.
Attraverso l’ingresso, non vedo l’ora che uno degli ascensori mi porti in paradiso e mi butto sul grande letto morbido ed elegante, di cui però non riesco ad apprezzare la comodità .
Un’ora, o forse meno, trascorsa da sola, non essendo più certa di rivedere i miei due uomini, perché sento le forze abbandonarmi e la visione dei grattacieli fuori sfumare.
Poi succede tutto in fretta, devo dichiararmi battuta dal dolore e dalla debolezza, chiedo un medico e con le ultime forze di parlare la lingua, cerco di spiegare. Lo staff dell’albergo comprende subito, sale un grosso uomo di colore e poi un altro, mi fanno qualche domanda controllano la pressione, poi decidono di chiamare un’ambulanza.
Attraverso i loro occhi vedo quelli di mio marito e di mio figlio farsi evanescenti, come vinti dalla sorpresa di vedermi così, forse per la prima volta, e dall’ansia di restare soli. New York per loro si trasforma in una gabbia, dalla quale non vogliono uscirne senza portarmi appresso.
E proprio come accade nei film, mi ritrovo all’interno di un’ambulanza americana, che non so in quale ospedale mi condurrà, ma ricordo di aver chiesto quello più vicino all’albergo, per alleviare padre e figlio da tragitti in strade che non conoscono. Di quel passaggio ricordo poco, se non gli occhi acuti di mio marito e il pallore di mio figlio, l’unico che potrà fare da tramite con il mondo esterno perché suo padre non parla una sola parola di inglese.
Frettolosamente mi salutano, non sono concessi parenti, e li vedo così scomparire dietro un pesante paravento di plastica. Da quel momento avrò la compagnia dei dolori e di decine di newyorchesi che se la passano forse peggio di me.
Mi adagiano sopra un letto e affiancata ad altri due, tirano un paravento così che nessuno possa vedermi ed io non possa vedere gli altri. Ma sentirli questo sì. L’attività è frenetica là dentro, medici che passano dallo spagnolo all’americano, infermieri che girano con padelle e flebo. E’ un pronto soccorso identico a quello dei film ma molto meno raffinato, sembriamo tante persone in attesa di giudizio, pronte a elemosinare un cenno o un prelievo di sangue pur di accelerare la diagnosi. E i letti si moltiplicano e il brusio s’ingigantisce. Persino la tenda mobile che ci separa viene spesso spostata perché i medici passino appena tra un letto e l’altro concedendo, senza saperlo, a noi ricoverati di spiarci l’uno l’altro. Sento freddo, ma le conversazioni che riesco a carpire mi agitano.
“stai buono, stai fermo, adesso arrivano i poliziotti”.
“ma io non sono matto, voglio andare casa”.
“Stai buono, adesso ti portiamo all’ospedale psichiatrico” la voce ferma di un volontario tenta di sedare un uomo sulla trentina che si agita e che tiene testa alla conversazione, cercando di convincere chi gli sta accanto della propria stabilità mentale. Intravedo dal paravento che ha i polsi chiusi nelle manette e mi sento svenire, vorrei fuggire, ma non posso, devono ancora venire da me, vorrei chiamare i miei ma non mi è consentito l’uso del telefono.
Poi la donna accanto a me non smette di tossire, è indiana, lo riconosco dal profumo di curry che la avvolge, è la prima a eseguire gli esami, si lamenta come un animale ferito ogni volta che emette un rantolo, poi capisco, ha una grave infezione polmonare. Confesso a me stessa di temere la sua vicinanza e il suo continuo tossire nella mia direzione, siamo a pochi centimetri, ma in fondo, mi dico, il buon Dio mi aiuterà, così come sta facendo del proprio meglio là dentro, attraverso le anime di infermieri e medici che non si danno pace e saltano da un malato all’altro a portare autorevolezza ma anche parole di conforto.
Poi sento spingere il mio letto, con una certa irruenza, hanno portato una donna che parla a gran voce, che impreca, che chiama in continuazione chiunque passi nel suo raggio visivo. Ed io che non ho mai imparato il linguaggio colorito e volgare ora lo posso comprendere, perché la donna è una prostituta piena di alcool e svuotata di autocontrollo. E’ anch’essa legata, ma le sue braccia possono battere contro il mio paravento e mi spaventano. Mi rannicchio dalla parte opposto per non farmi urtare, trattengo il respiro perché lei non si accorga di me. Ma è tanta la forza che la anima che riesce a spostare ciò che ci divide e inizia ad apostrofarmi, mi chiede chi io sia, cosa ci faccia lì, quando la lascerò andare a casa, domandandomi se so fermare qualcuno che la ascolti. Non le rispondo, non ho la forza di reggere una conversazione con una persona difficile, i miei dolori mi fanno accartocciare come un frutto disidratato. La donna ha un bellissimo viso nonostante gli occhi siano gonfi, il colore scuro della sua pelle risalta con il ruvido camice bianco che indossa, non ricorda chi sia, non sa dire il proprio nome, capisce solo di non essere nel luogo abituale nel quale vive. Nient’altro. I medici si alternano per farle almeno ricordare il cognome, ma lei non sa rispondere altro che “what’s going on?”che spiazza tutti, attirando l’attenzione sul proprio sesso con l’intento di barattarlo con la libertà.
Dopo qualche prelievo mi chiedono di andare in bagno e tornare con un campione, a fatica inizio un percorso simile a un labirinto tra i letti, sono molti, troppi, sono l’unica straniera in quell’ospedale pubblico che accoglie tutti coloro che non possono permettersi un’assistenza medica più decorosa. Raggiungo il bagno e la porta è aperta, spingo delicatamente la porta ma vengo assalita da un uomo grassissimo seduto sulla tazza.
“voglio andare a casa” ripeto a me stessa, ma so che non posso, devono ancora farmi anamnesi e diagnosi. New York che abbaglia e affascina è anche questo nel suo rovescio: desolazione, disperazione, miseria.
Ore in corsia, in solitudine, con il pensiero a mio marito e a mio figlio che saranno in ansia, ai quali non voglio rovinare questo viaggio idealizzato nei mesi precedenti. E dire che gliel’avevo descritto come una meta magica e indimenticabile.
L’alba mi sorprende, devo essermi calmata a tal punto da non aver seguito il movimento dei letti, dei nuovi disgraziati che chiedono soccorso, di altri newyorchesi meno fortunati.
Poi, una giovane dottoressa dall’accento spagnolo, mi spiega l’origine dei miei dolori e anche la loro soluzione. Mi aiuta ad alzarmi, mi permette di usare il telefono e avvisare i miei che mi vengano a prendere. Si raccomanda di non intraprendere un viaggio faticoso, glielo prometto sapendo che sto mentendo.
Firmo la mia uscita, ingoio delle grosse pillole che mi accompagneranno per i giorni successivi provocandomi dolori allo stomaco, sopportabili rispetto al problema originario.
Una grossa infermiera mi indica dove rivestirmi e dove firmare, entro in uno stanzino dove un uomo di almeno cento chili osserva incuriosito il suo organo genitale che appena si vede tra le pieghe del grasso. Nemmeno si accorge della mia presenza, in silenzio prendo i miei abiti, mi giro e esco a riprendere fiato. Mi domando se riuscirei a sopportare altro, ma probabilmente sì, perché l’istinto di sopravvivenza ci sorregge in queste situazioni.
Siamo davvero uguali quando soffriamo, quando chiediamo aiuto, e forse chi è più abituato a farlo ha una migliore accettazione di se stesso e un minore pudore, perché privo di sovrastrutture.
Quel viaggio di ritorno in taxi verso l’albergo, seduta in mezzo ai miei due uomini mi fanno sentire come una principessa sulla portantina.
Il mattino dopo, incurante della promessa fatta alla dottoressa, siedo su una grossa macchina americana e lascio New York, diretta verso il nord, assaporando la vita come fosse un dolce perfettamente riuscito.
2000 -  Homeless man in New York City.

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