Un mio racconto nella giornata contro la violenza sulle donne


 

 

 

 

Fa parte di un’antologia di qualche anno fa, si intitola “Veronica”, ma potrebbe avere qualunque nome…

  • Che lingue parla? – le chiede distratto l’intervistatore fissando la lunga lista delle aspiranti candidate.
  • Sono russa, conosco l’inglese e ho imparato l’italiano, come può sentire – risponde Veronica, con tono dimesso.
  • Ha mai lavorato a contatto con il pubblico? – L’uomo domanda continuando a compilare la sua scheda.
  • No, mai, però quando ero in Russia aiutavo i miei genitori che avevano un banco del pesce a servire i clienti –
  • Altre esperienze di contatti? – insiste l’uomo.
  • Ho frequentato l’aristocrazia romana per circa dieci anni… – Veronica quasi sussurra nel confessarlo a quello sconosciuto.

Sai cosa ti dico, mi hai stancato, non so più che farmene di te, tornatene tra i ghiacci “- e Corrado sferza un pugno potente sulla cassettiera della loro camera da letto, poi, come una furia, le si avvicina, la afferra per il pizzo della camicia da notte e la guarda negli occhi, con fare minaccioso, la presa è tremante, come accade a chi sta per dare sfogo a tutta la propria violenza.

Veronica è immobile, impietrita, ha paura.

Me ne andrò, va bene ma adesso lasciami, ti prego” – Lo implora perché l’ultimo colpo ricevuto ha lasciato segni sul suo corpo e una grande paura nel suo cuore.

Corrado aprendo la grossa mano rinuncia per fortuna a farle ancora del male, ma le dà un grosso spintone carica di disprezzo che la fa indietreggiare fin quasi a farla cadere. Eppure Veronica aveva creduto per un certo tempo che lui nutrisse un sentimento affettuoso nei suoi confronti, forse non di amore, perché non glielo aveva mai detto, ma che almeno, la considerasse ormai la sua compagna, magari per la vita. Aveva appena ventuno anni quando, carica di entusiasmo e determinata a realizzare il suo sogno, era giunta a Roma. La valigia, oltre ad una cifra modesta di rubli che aveva cambiato appena atterrata, alcuni abiti leggeri e un paio di scarpe, con i tacchi alti, l’aveva avuta in prestito da sua zia soprano che grazie alla propria professione, aveva viaggiato molto.

Buongiorno, cerco lavoro, vengo da Vladimir, un piccolo centro nella Russia del sud, lei mi può aiutare?” – e Don Alberto, noto agli extracomunitari come persona speciale sempre ben disposta a inserirli, l’aveva accolta promettendole che avrebbe fatto del suo meglio per trovarle un lavoro. Nel frattempo le aveva concesso di alloggiare nella casa parrocchiale. Dopo un paio di mesi e di lavoretti saltuari, le fu offerta quella che Veronica giudicò come la prima vera opportunità della sua vita.

  • Aristocrazia? E come mai ha frequentato l’aristocrazia romana? – di colpo l’intervistatore le presta attenzione e dimentica il questionario.
  • Sono stata molto vicina a una persona dell’ambiente – abbassa gli occhi, forse arrossisce e lui raccoglie quella debolezza per spronarla a raccontargli.
  • Parente, forse? – con tono ironico.
  • No, senta è proprio necessario raccontarle tutta la mia vita per ottenere questo impiego? – Veronica prova a difendersi.
  • Non necessario ma utile, vede signorina, siete in molte e le credenziali migliori favoriscono la selezione, allora mi dica in sintesi com’è arrivata negli ambienti aristocratici?”

Sei una cameriera, ecco cosa sei, niente di più. Ti ho raccolto con tre stracci addosso in parrocchia, conoscevi sì e no cento vocaboli italiani, d’accordo parlavi bene inglese, ma sai quante lo parlano e quante invece conoscono i classici e sanno anche chi siano Cezanne o Matisse? Tu non sapevi distinguere nemmeno un quadro da una fotografia! “-  puntandole il dito come un pubblico accusatore.

Non è un buon motivo… “– provava a giustificarsi. Io credevo che tra noi, che tu insomma – balbettando .

  • Allora, signorina, non abbiamo molto tempo, se vuole questo posto mi deve raccontare qualcosa di più e, data l’importanza dell’impiego per il quale lei si sta presentando, ritengo che la aiuterebbe la frequentazione che dice di avere avuta in precedenza. Allora? – l’intervistatore inizia a spazientirsi . Ma Veronica è come rapita dai suoi ricordi.

Grazie Don Alberto, ce la metterò tutta per svolgere bene il lavoro di domestica anche se nella casa di un nobile” – E Veronica, determinata a non fare ritorno alla povertà della sua terra, ma soprattutto a rincorrere il proprio sogno di benessere, aveva accondisceso all’estrosità di quell’uomo, ai suoi capricci, ai suoi malumori, con una sorta di reverente sottomissione.

Corrado appariva un uomo sicuro di sé, molto determinato a farsi obbedire e ascoltare, d’altra parte la sua posizione sociale e quella di critico d’arte richiedevano una certa autorevolezza. Come avrebbe potuto, infatti, ottenere attenzione se non avesse avuto una personalità carismatica? Possedeva, non lo può negare una cultura notevole e non solo della storia dell’arte, ma anche di filosofia e storia mondiale.

Allora Veronica, come si trova con il signor Corrado? Persona in gamba, vero ?” – Le chiedeva Don Alberto incontrandola per caso in un negozio di generi alimentari. – mi hanno detto che vi hanno visto uscire assieme qualche volta, è contenta? “- le chiedeva con ingenuità.

In effetti, Corrado una sera, rientrando a casa in un orario inconsueto per lui, le aveva chiesto, con tono impositivo, di accompagnarlo alla cena d’inaugurazione di una raccolta privata a casa di principi, e poiché tutti si sarebbero presentati con mogli, conviventi blasonate o fidanzate, lui avrebbe preferito non essere l’unico uomo solo. Così lei, impreparata a rivestire un ruolo diverso, aveva dovuto all’improvviso infilarsi in un centro commerciale e trovare un abito adatto all’occasione, da acquistare con quel contante che lui le aveva buttato sul mobile all’ingresso.

La bellezza nordica l’aveva di certo aiutata a crearle un aspetto misterioso, affascinando chi la vedeva incedere nei saloni sottobraccio a Corrado. Il quale, soddisfatto dell’esito della serata e di Veronica che era stata all’altezza della situazione pur non profferendo parola, l’aveva presa con un insospettato vigore maschile, incurante di sgualcire l’abito acquistato con i propri soldi.

Sei bella, bellissima” – glielo ripeteva ogniqualvolta il desiderio di possederla lo sorprendeva, per dimenticarsene appena lo aveva soddisfatto. Corrado si era dimostrato generoso, Veronica non può negarlo nemmeno ora, al punto che grazie alla liquidità di denaro con la quale la manteneva, era riuscita anche a fare in modo che i suoi genitori abbandonassero il banco del pesce e si ritirassero a trascorrere la vecchiaia godendo di una discreta tranquillità economica.

E in poco tempo lei stessa da domestica si era ritrovata la sua compagna ufficiale. Cinque lunghi anni in cui Corrado non aveva mai accennato a un progetto di vita comune pur vivendo assieme, non si era mai abbandonato ad un gesto o ad una frase affettuosa. Eppure Veronica ci sperava.

Lo squillo del telefono la fa quasi sobbalzare, riportandola alla realtà dell’intervista.

  • Sì, mi dica, certamente, posso terminare il colloquio in corso? Non si preoccupi arrivo subito – quasi inchinandosi verso il display.
  • Signorina, dunque lei è … Veronica? La devo lasciare una decina di minuti, nel frattempo potrà raccogliere le idee e raccontarmi al mio rientro la sua esperienza…sempre che voglia questo posto – con aria di sfida l’intervistatore lascia la stanza e affretta il passo nel porticato attiguo per poi sparire.

Anche Corrado quella sera era scomparso facendo girare le ruote sui sassi lucidi del loro cortile, lasciandola dolorante e attonita. Da tanta crudezza mentale, da tanto disprezzo della sua persona, da tanto disinteresse per la vita che Veronica aveva dentro di sé. Certo, che stupida era stata! Credere che sarebbero bastati anni di assoluta dedizione fisica e sociale perché lui, uomo di primo piano, potesse accettare e ammettere di essere il padre di quel bambino concepito in una sera di euforia in cui era riuscito a vendere, battendolo all’asta, quel quadro di valore quasi inestimabile. Che oltretutto raffigurava una maternità? Veronica con il basso ventre dolorante si era rifugiata da don Alberto, chiedendo di essere accompagnata con la piccola utilitaria a disposizione della canonica subito al pronto soccorso più vicino:

Mi aiuti, sto per perdere il bambino, ma non dica di chi è, altrimenti mi ammazza” – e don Alberto, senza nemmeno indossare l’abito talare, ma infilandosi un paio di jeans che usava per i lavoretti di riparazione, fu tanto collaborativo che fece persino credere di essere il padre di quella creatura. Di cui Veronica non divenne madre. Con nel cuore la più grande disfatta, se ne tornò da Corrado e vi rimase per altri anni. Lunghi e di silenzio vigliacco, infatti, lui non accennò mai a quell’episodio doloroso, come non fosse mai accaduto, come se quel figlio non nato vagasse sopra i cieli in un’altra storia, ma non della loro. Né mai più le ripeteva – sei bella, bellissima” quando sfogava il proprio desiderio sessuale.

Veronica iniziò, senza rendersene conto, a formulare miseri compromessi con se stessa, più soffriva, più gli chiedeva denaro che spendeva per zittire la propria sconfitta. Non madre, non moglie, una donna mantenuta negli agi, ma priva di alcun valore sentimentale e sociale. Le nobildonne le sorridevano per cortesia, per educazione, ma la tenevano a distanza, timorosa che la sua bellezza potesse in qualche modo strappare gli sguardi e le attenzioni dei loro potenti compagni. E poco importava che anche quei matrimoni spesso fossero splendide facciate prive di struttura. Degli allestimenti teatrali insomma, dove dietro lo scenario tutto è buio e disadorno. Chissà, forse Veronica avrebbe anche potuto sopportare quello stato di limbo dorato se Corrado fosse rimasto come lo aveva conosciuto: arrogante ma anaffettivo, potente ma generoso. E invece no, perché la perdita del bambino che in apparenza non lo aveva scosso, lo aveva invece inasprito, fino a farlo diventare sempre più spesso violento.

Come va Veronica? Si sono riaggiustate le cose con Corrado?” – le chiedeva appena la incontrava Don Alberto.

E lei non gli rispondeva, sollevava la maglietta o i capelli dietro la nuca e mostrava macchie violacee, colpi sapientemente assegnati da Corrado in modo che non fossero visibili, anche quando Veronica indossava lussuosi abiti da cerimonia. E don Alberto scuoteva la testa, domandandosi in cuor suo perché ragazze così belle spesso restino vittime di uomini facoltosi ma malvagi.

Poi l’ultima accusa, l’ennesimo rinfacciarle la sua provenienza umile, spogliarla di tutto, gioielli, carta di credito, libretto assegni, borse e abiti firmati e darle l’ultimatum di andarsene. Per Corrado era lei a essere diventata una minaccia, lo specchio cioè della propria impotenza, che spesso uomini di potere capiscono di esserne caduti vittime. E come minaccia andava allontanata.

E ancora una volta, tremante, Veronica bussa alla canonica di Don Alberto:

Ancora! Sant’Iddio, e cosa ti ha fatto questa volta?” – spingendola delicatamente all’interno e facendola accomodare sulla sedia di paglia della sua modesta cucina.

Don Alberto le parla, la rincuora, la incoraggia, senza impersonare però il ruolo di confessore o di assistente sociale, ma quello di un amico, perché è di questo che Veronica ha bisogno.

  • Eccomi! Mi scusi, dove eravamo rimasti? Ah sì, signorina …Veronica vero? Allora mi racconti come e perché ha frequentato ambienti aristocratici, coraggio, ho poco tempo, tante candidate là fuori ambiscono a questo posto – e la scruta dal basso all’alto, con sguardo sprezzante, quasi incredulo che lei, una russa di umili origini possa in qualche modo essere stata accettata da quella nicchia sociale tanto inavvicinabile.

Veronica alza la testa, volge lo sguardo prima al porticato là fuori, poi alla cartelletta con i nomi delle candidate, infine si alza in piedi, ancora più alta grazie alle scarpe con i tacchi prese in prestito da sua zia soprano, si avvicina all’intervistatore e gli allunga la mano per accomiatarsi:

  • Mi chiamo Veronica, parlo russo, inglese e italiano e non m’interessa la posizione offerta. Arrivederci e buona fortuna!

 

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