Riflessioni giovanili sulla commemorazione dei defunti


«La mia mamma mi protegge da lassù, povera donna!» mi tornava a mente mia nonna che scuoteva la testa nel ricordare la propria madre, mentre le puliva la lapide con tanta precisione, proprio come faceva con il pavimento del suo salotto.

«Ha lavorato tanto tutta la vita, troppi pensieri, e poi la guerra… » sussurrava, mentre le sistemava quegli orrendi crisantemi che assomigliavano a dei ragni extraterrestri.

Perché mai era stato scelto un fiore così poco gentile nelle forme da offrire ai defunti? – mi domandavo mentre, permettendo alla parte più razionale di prevalere, tentavo di stimare quanto denaro fosse speso in quei giorni per acquistarli.

Nei viali pieni di ghiaia, tutti mestamente simili fra loro, nei quali era difficile orizzontarsi e uscirne come da un labirinto, mi giungevano discorsi strappati qua e là, come se fossi coinvolta a mia insaputa in un coro di sottofondo: memorie, nostalgie dei tempi che non torneranno, rancori, alcuni mai perdonati, amori interrotti.  Rimanevo distratta da quei brandelli di banalità, faticando quindi a concentrarmi e a riflettere sul senso della vita e della sua fine. Avvertivo tuttavia una sorte di suggerimento interiore, parendomi impossibile che il nostro passaggio fosse davvero così breve rispetto all’universo e percepivo, di conseguenza e flebilmente, l’esistenza di giardini immensi, quelli dell’anima, con spazi sterminati e capaci di contenere tutte le reincarnazioni. Ma non avrei mai osato esternare le mie riflessioni che volevo conservare. Passeggiavo osservando lapidi, leggendo distrattamente dediche, accorgendomi di chi, anche nella morte, era povero di attenzioni perché non vi era un fiore a testimoniare che fosse ancora vivo almeno nel ricordo.

A vent’anni la vita è simile a un lungo viaggio che hai da poco intrapreso, un libro giallo del quale non vuoi conoscere la fine. E a me non interessava sapere quale fosse stata la vita di quelle persone che mi sorridevano o mi guardavano serie o che pareva ammiccassero dalle piccole foto nel marmo, perché erano personaggi di un film che non avevo visto, protagonisti di una storia che non avevo vissuta e, soprattutto, erano l ‘evidenza terrena che, in quel libro che avevo da poco iniziato, vi sarebbe stata scritta la parola “fine” anche per me.

(Daniela Vasarri)

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