Partire e tornare


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Ecco una nuova fase, dopo una ciclica pausa, ma che si ripete ogni anno.
Siamo fatti di rientri: dal Natale, dalle ferie estive, dai lunghi weekend pasquali e dalle settimane bianche.
Corriamo per prenderci quella pausa, sistemiamo tutto prima, come se potessimo fermare il tempo e riattivarlo al nostro rientro. Corriamo per lasciare vuoto il frigorifero mentre riempiamo le valigie dopo aver svuotato parte del guardaroba, raduniamo le carte sulla scrivania illudendoci che “dopo” ogni piccola o grande pendenza si affronterà o, meglio si risolverà.
Poi il tempo passa, nella località che abbiamo scelto, e ci si ritrova, una volta rientrati, a raccontarcelo. Con più entusiasmo se è stato un buon tempo, o lesinando particolari se non lo è stato (ma ripromettendoci in cuor nostro che il prossimo sarà senz’altro migliore).
Abbiamo bisogno di andare per tornare, di partire, di illuderci che quelle pause cambieranno la nostra vita, che, come per miracolo, i problemi e gli interrogativi precedenti scompariranno o si dimenticheranno.
Non è sempre così, non è così per tutti.
Partire non assicura una soluzione, ma può concederci un distacco utile a valutare meglio e ad affrontare con maggiore lucidità e minore coinvolgimento ciò che è ancora in sospeso, là ad attenderci.
Insomma, per godere davvero di un viaggio, e vale anche per quello ben più lungo della vita, dovremmo imparare, prima di intraprenderlo, a lasciare andare quegli inutili fardelli con i quali carichiamo le nostre spalle e la nostra mente.
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