Oggi vi regaliamo un racconto sulla solidarietà


Questo racconto l’ho scritto nel 2012   e si è classificato a un concorso prestigioso. L’ho riscoperto e deciso di pubblicarlo qui perchè il tema è purtroppo ancora molto attuale. 

“Com’era la tua casa?” Amina mi guarda e lo fa spostando l’attenzione verso l’alto, come volesse meglio visualizzare la mia descrizione. Ha grandi occhi, come tutti i bambini di questo continente, acquosi e vivaci, buoni e curiosi.

La sua piccola mano è appoggiata sul mio ginocchio in segno di grande confidenza, Amina ha imparato a conoscermi e a sentirmi parte del suo mondo ormai.

Veste un leggerissimo abito con mille farfalle stampate, che ha certamente ricevuto dalla missione riempiendola di stupore e di gioia, un regalo insomma per lei che vestiva di stoffe raccolte un po’ ovunque.

I piedi, quelli no, sono ancora scalzi. Non sentono il calore del suolo e nemmeno si feriscono più con gli arbusti che spuntano dallo sterrato, ma sono ben aderenti alla terra per percepirne la continuità e la provenienza, un po’ come un albero non si separa dalle proprie radici.

Mi rendo conto che è quasi impossibile risponderle, perché Amina non ha mai visto un palazzo se non forse in qualche cartolina sbiadita dal sole. Ma capisco che ha bisogno di sognare, di immaginare una realtà che, ai fanciulli come lei, può apparire fantastica.

Noi quaggiù siamo simili a esseri alieni che, temuti appena atterrati, si trasformano poi in totem da venerare.

“la mia casa era piccola, un po’ come la tua” rispondo tentando di mettere sullo stesso piano i nostri nidi ma Amina non ci casca e m’induce a proseguire. Non ho scampo. Potrà mai comprendere perché avevamo bisogno di due bagni, una cucina separata, una zona dove dormire e una dove ricevere gli amici, proprio lei che abita in una capanna senza divisione di spazi alcuna?

E mentre raccolgo lo spunto dal quale iniziare, rivedo il nostro grande tavolo che avevo voluto estensibile per accogliere i parenti nelle rare occasioni di festa. E ricordo che iniziò tutto da lì.

Veniamo interrotti, lei nell’attesa di ascoltarmi, io in quella di trovare cosa dirle, da grida di adulti che corrono verso la dimora del capo di quell’esteso villaggio.

Uomini per lo più. E di nuovo, mentre osservo l’andirivieni frenetico e non capisco le loro grida concitate, un balzo nel passato mi riporta a immagini dolorose. Cariche di polizia, lacrimogeni, violenze, un quadro incivile della mia società cosiddetta civile.

“com’era la tua casa, bella?” questa volta Amina aggiunge un aggettivo per darmi lo spunto a iniziare quel racconto fantasioso che si aspetta.

“bella, sì – le dico – ma ora questa ci piace di più”

“e perché vi piace di più?” insiste, come tutti i bambini fanno sino a che non ottengono soddisfazione, ma nella sua nuova domanda trapela una punta di attesa delusa dalla mia risposta.

“perché è spaziosa, Amina, piena di libertà e vuota di oggetti inutili”.

“cosa sono gli oggetti inutili?” non lo avessi mai detto.

“vedi Amina, gli oggetti inutili possono essere moltissimi, sono quelli dai quali ti separi e non ti mancheranno mai più”.

E rivedo decine di ninnoli sugli scaffali, televisioni, computer, elettrodomestici di ogni genere usati rarissime volte, quadri, cassetti pieni di acquisti fatti in decenni e poi dimenticati. Mi sforzo di provare una sorte di nostalgia ma non affiora niente, dandomi conferma che l’inutilità di qualcosa non crea mancanza.

Il tumulto è placato dalla voce autorevole del capo villaggio che costringe tutti, in modo sottomesso, a indietreggiare e lasciare l’area circostante  la sua abitazione. Quasi si inchinano e i loro volti non hanno più la grinta guerrigliera con la quale si erano scagliati in precedenza; ritornano nei campi, alle loro bestie, alla tranquilla quotidianità.

E per contro ripenso alle espressioni di vendetta di quei dimostranti allontanati dalle forze dell’ordine della nostra città, alla loro dichiarata violenza. Dimentico però i motivi per cui le risse e gli attentati fossero all’ordine del giorno. Solo un senso di crescente malumore, che si trasformava, in modo impercettibile e fuori controllo, in demotivazione o nella paura, fino a condurci alla voglia di fuggire dal recinto dorato che ci eravamo costruiti in quella realtà.

“e quanti animali avevi?” Amina misura ancora la ricchezza dal possesso di bestiame.

“nessuno Amina, nella mia casa non ci stavano”.

“e come facevate a mangiare allora? Chi vi dava il latte?” Comincia a palesare uno sbigottimento al quale non so rimediare.

Il supermercato affollato, i carrelli che si scontravano nelle ore di punta come fossero stati automobili negli autoscontri, i conti che lievitavano e la nostra incapacità di avere fiducia nel cibo che consumavamo, perché alterato nella sostanza e nel valore intrinseco.

“nei negozi Amina, trovavamo latte e carne nei negozi” rispondo sperano si accontenti

“cosa sono i negozi?”

“hai presente il bazar centrale dove sei andata un po’ di tempo fa con Pietro?” mio figlio un giorno, da poco arrivato, caricò Amina su una jeep e la portò all’unico punto vendita a decine di chilometri, raccontandomi poi che Amina era scoppiata in lacrime chiedendo di essere riportata alla sua capanna.

“ah” e si rabbuia.

Sono mesi che anche noi non torniamo, ci basta vivere di quello che questa terra offre, scaldata da un sole cocente e priva di qualunque additivo. E abbiamo superato le note paure di malattie e infezioni, supportati da un grado maggiore di attenzione che può aiutare anche  a loro, con il conforto delle nostre conoscenze.

“e perché siete venuti qui?” ecco la domanda più intelligente che necessita di una risposta adeguata per Amina.

“quella sera a cena… ci siamo alzati da tavola e in silenzio, senza confrontarci, ognuno di noi si è diretto nella propria stanza, dimenticando di dare un ultimo sguardo a quei mille inutili oggetti e ha radunato lo stretto necessario per partire. Troppi mesi e anni di notizie terribili, la corruzione politica era all’ordine del giorno, le difficoltà di milioni nostri simili costituivano ormai una realtà predominante, i valori esistevano solo nei libri di decenni  prima, mentre il futuro poteva dirsi un tempo verbale, e non una possibilità.

Rimanere attaccati a quella società cosiddetta civile,  sapendo che bambini e famiglie come te ci aspettavano per insegnarci a ritornare a essere uomini, figli della terra, sarebbe stato come concedere che la nostra esistenza continuasse nell’ infelicità, permettendoci di  perdere una grande occasione. La piccola casa, come un santuario, fu quindi chiusa, l’automobile riconsegnata e gli amici salutati, senza rimpianti.

Qui ci aspettavate voi, tu Amina che tanto desideri che ti insegni a leggere, o tuo padre che guarda ammirato mio marito quando lo aiuta a costruire utensili migliori per coltivare la terra, oppure mio figlio che ti mostra alcune mosse del suo sport preferito e vi raduna in squadre.

Non vogliamo trasformare la vostra vita e farla diventare simile a quella che abbiamo lasciato, è grazie a voi che ci riprendiamo la nostra, ecco perché quella sera a cena, attorno a quel tavolo grande, ci siamo convinti che così, lì, non ci sarebbe più stato utile, ma che una grande famiglia si trovasse altrove e ci attendeva”.

“giochi con me adesso?” Amina sorride, mi stringe impercettibilmente di più la mano, in segno d’intesa.

Questa volta mi accorgo che gli occhi acquosi sono i  miei.

 

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