Oggi Maria Sabina Coluccia recensisce “Preferivo l’inverno”


Preferivo l'inverno di Rossana Coluccia Edizioni Mille

La giornalista Maria Sabina Coluccia ha letto questo romanzo scritto da una sua omonima, Rossana Coluccia, e come sempre ne ammiriamo lo stile schietto e obiettivo con il quale sa raccontare al lettore cosa aspettarsi da un libro.

Principi e principesse ce ne sono? Sì, ma dei giorni nostri, immersi in un quotidiano che non è affatto rose e fiori, anzi costringe ad attraversare rovi e oltrepassare strapiombi. Orchesse e draghi sputafuoco pure? Sì, purtroppo. Sono donne malvage e la malattia, la distrofia muscolare, che non perdona. Almeno il lieto fine? C’è una fine. Dura, lancinante, oppressiva e irrimediabile, come la morte. Beh, perché dovrei leggere questa storia allora? Perché ti scombussola le budella, non ti fa dormire per qualche notte, il tempo che ci impieghi a “digerirla” e poi ti trasforma. Catarsi, rinascita. È la fine dietro alla fine, l’inizio. Il cerchio che si chiude. E tiri un sospiro di sollievo. Ho aspettato qualche giorno, prima di scrivere le mie riflessioni su questa storia, totalmente autobiografica. Ho avuto bisogno di un tempo di metabolizzazione. E quindi avverto il lettore: “Preferivo l’inverno”, edito nel 2016 da Edizioni Mille, di Torino, e presentato quest’anno al Salone Off del Libro, non è una storia da leggere sotto l’ombrellone, stride troppo al contrasto del luccichio del mare. Però è un romanzo che merita di essere letto. Ho ammirato, pur non condividendola, la scelta dell’autrice Rossana Coluccia, non siamo parenti, lo dico per correttezza di cronaca, ma solo omonime, di mettere per iscritto vissuti profondamente personali. L’autore però ha libertà di espressione e devo dire che Rossana ha fatto la scelta giusta, in un’ottica narrativa, perché ha scardinato certezze, fatto esplodere dubbi, domande, e i romanzi, le storie, servono a questo, a far riflettere. Il romanzo è tragico, inutile girarci intorno. La malattia entra prepotentemente in una famiglia normale e si porta via l’uomo di casa, Marco, ancora giovane, due figli piccoli, una moglie, Sara, che dovrà tirar fuori una forza sovrumana per fronteggiare un colpo così terribile. Ci riuscirà? Sì, e qui sta la forza delle donne. Farà tutto da sola? No, e qui sta la forza dell’uomo, dell’amore, che arriva in soccorso, si chiama Daniele. Malattia, amore e morte. Gli ingredienti ci sono tutti. Tradimento, c’è anche quello, ma in questo caso lo vedrei come un rimedio di pronto soccorso, un farmaco salvavita, perché appunto è grazie all’amore di un altro e per un altro che Sara uscirà indenne dalla tragedia che la risucchia. Detto così sembra facile, ma non lo è. Il farmaco salvavita, l’amore clandestino di Sara e Daniele, a un certo punto non fa più effetto. Un marito che muore, un amante non del tutto efficace a curare le ferite dell’anima di Sara, e la parola fine. Il vuoto, fuori e dentro. Allora, dov’è la rinascita? Bisogna almeno morire una volta prima di saper apprezzare l’essenza della vita, ci spiega l’autrice. Ma preferire l’inverno, perché? Perché è l’unica stagione in cui i due protagonisti, Sara e Marco, non si sentono diversi dagli altri, pur nella alienazione della situazione. Marco, attaccato a un respiratore sempre più spesso, Sara, abbandonata a un ruolo di solitudine, presente per il marito, presente per i figli, ma assente per sé stessa, può guardare le colline dai vetri della sua finestra, sapendo che anche gli altri, in inverno sono a casa, lontano dai divertimenti e dallo svago dell’estate, quello svago e quella spensieratezza a lei ormai preclusi. Credo che questo romanzo possa dirsi appartenente al filone “feelgood”, che sta prendendo spazio da un po’ di tempo a questa parte. Storie di gente normale, storie di rinascita, dove è facile l’immedesimazione con i protagonisti, dove i sentimenti vengono spogliati di tutto, senza vergogna. Storie di sofferenza, di eroi quotidiani, che cadono e poi si rialzano. L’indifferenza uccide, l’amore fa rinascere, porta consapevolezza e una nuova forza per ricominciare.

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