Oggi abbiamo intervistato Franco Forte, scrittore di successo, editor e traduttore 1


Ciao Franco e grazie di avere accettato di raccontare ai lettori di Parole ad hoc un po’ di te.

 So che le tue attività letterarie, oltre che molteplici, sono anche molto intense, quindi cercherò di essere il più concisa possibile per non sottrarti tempo prezioso.

 Cominciamo da Franco, giovane uomo:

1)      Quale obiettivi ti eri posto per la tua carriera lavorativa e quali invece, se diversi, erano i tuoi sogni?

Eh, domanda complicata, perché non so se ho ancora esaurito la spinta propulsiva della mia “ossessione” per la scrittura e per dare fiato al mio personale cantiere delle idee. Tutto il mio percorso professionale lo dimostra, e non sono certo pronto a fermarmi. Basti pensare che dopo gli studi di ingegneria ero stato assunto da una grande azienda come responsabile tecnico di un prodotto americano che aveva bisogno di certificazioni italiane per la messa in vendita sul mercato. Seppure giovanissimo, ero responsabile di un team di una decina di persone, avevo una segretaria, l’automobile aziendale con tanto di telefono a bordo (una vera sciccheria, ai tempi), e uno stipendio elevato. Eppure… ho resistito sei mesi, poi mi sono licenziato (rischiando di far prendere un colpo ai miei genitori) per andare a fare il collaboratore di quotidiani locali per pochi spiccioli. E lo scrittore, naturalmente, che poi significava provare a scrivere e  pubblicare senza guadagnare una lira. Dai e dai sono diventato giornalista professionista, fino ad arrivare a dirigere due testate mensili, ma anche in questo caso… mi sono licenziato (uno dei pochi giornalisti professionisti assunti d’Italia che rinuncia ai benefits di una simile professione), e sono passato al mondo dei libri, diventando editor di alcune importanti collane Mondadori. Nel frattempo, non ho mai smesso di credere nelle mie capacità come scrittore, e mi sono costruito una carriera parallela come autore di libri, di serie TV, di film e documentari, oltre che come traduttore. Parte dei miei sogni, dunque, si sono avverati (l’idea di vivere scrivendo l’ho sempre coltivata dentro di me, anche se sembrava una chimera impossibile da raggiungere), ma non è certo finita qui: ho mille altre progetti in cantiere, che presto mi porteranno su lidi finora esplorati solo di straforo, e che mi impegneranno con nuove e mirabolanti avventure professionali. Ecco, alla fine direi che è questo quello che ho sempre davvero voluto: non sedermi mai per accontentarmi di quello che ho raggiunto, ma procedere sempre oltre …

2)      Cosa hai provato al tuo primo successo editoriale e quale ritieni sia il titolo che ti ha fatto capire di essere davvero “uno scrittore per la vita”?

Il mio primo successo editoriale è presto detto: circa due mesi dopo che mi ero licenziato come ingegnere, ho venduto un racconto alla rivista “Auto Oggi” di Mondadori, che all’epoca era uno dei settimanali più venduti d’Italia. Ricordo ancora l’assegno che mi arrivò a casa, molto consistente, e che servì a dimostrare ai miei genitori che non ero pazzo del tutto. Alla fine, era vero che si poteva guadagnare qualcosa anche scrivendo… Dopodiché, ho fatto tanta gavetta, tanto apprendistato (cosa che oggi non si fa più, perché tutti nascono “imparati” e credono di poter essere degli scrittori fatti e finiti già con la prima cosa che scrivono), fino a quando non ho cominciato a pubblicare romanzi ad alto livello, con contratti di rilievo che mi hanno fatto capire come parte del mio sogno fosse stato raggiunto. Ma in realtà io ero “scrittore per la vita” sin dal giorno in cui ho cominciato a scrivere, durante le scuole medie. Dopodiché, tra il pensare di esserlo e poter campare con ciò che si scrive, ce ne passa… E arrivare a pubblicare a un certo livello ti consente di stabilire almeno questo: se con ciò che scrivi ci vivi (tu e la tua famiglia) allora evidentemente puoi davvero considerarti uno scrittore. Il mio primo romanzo, “Gli eretici di Zlatos” (Editrice Nord), me lo ha confermato, e da lì posso dire di avere iniziato sul serio la mia carriera.

3)      A parte il tuo, qual è il genere letterario che ami di più e quello nel quale non proveresti mai a cimentarti?

Ah, ma io non ho un mio genere letterario di riferimento. O almeno, ne ho più di uno, visto che ho esordito con la fantascienza, poi sono passato al thriller e al noir, ho bazzicato nel giallo, sono finito nello storico e mi sono cimentato con il thriller storico, per poi approdare, con la saga di “Cesare oltre i confini del mondo” (di cui a ottobre uscirà il nuovo libro, “Cesare il conquistatore – Alle sorgenti della vita”) al fantasy storico ucronico, genere forse più difficile da descrivere che da leggere (come potremmo definire “L’Odissea”, tanto per intenderci). Dunque non ho nessuna preclusione per nessun genere letterario, così come non ce l’ho per qualsiasi ambito della scrittura, se non forse il teatro, per cui non ho mai scritto nulla. Non so perché, semplicemente non mi sono mai capitate occasioni davvero interessanti per cimentarmi.

4)      Ho letto recentemente che fare lo scrittore non basta più, che egli deve diversificare le proprie attività e mi pare che tu lo stia già facendo da anni. Ma è stata un’intuizione che ha precorso i tempi oppure sono stati gli eventi che ti hanno condotto a occuparti di altro?

E’ stata semplicemente, come dicevo prima, la mia costante ossessione verso le sperimentazioni, i nuovi modi di scrivere, di dare spazio e sfogo alle mie idee. Un creativo credo debba fare questo: trovare gli orizzonti giusti per la smania artistica che lo divora dentro. E io non mi sono mai tirato indietro.

5)      Parliamo di Franco traduttore: ritieni che sia un compito carico di responsabilità tradurre un testo e che sia imprescindibile che si instauri un feeling virtuale tra lo scrittore e il traduttore?

Tradurre è un mestiere difficile, soprattutto perché ci sono troppe persone che credono che serva conoscere bene la lingua in cui è scritto un libro, per poter diventare traduttori. Non è così. Occorre conoscere bene soprattutto l’italiano, perché la traduzione non è un mero atto tecnico, ma un esercizio di scrittura a tutti gli effetti: occorre reinterpretare nella propria lingua quello che altri esprimono con un lessico, un linguaggio e un vocabolario completamente diversi. E questo implica un buon equilibrio fra conoscenza della lingua che si deve tradurre e dell’italiano in cui la si dovrà trasporre. Non basta dunque una laurea in lingue per potersi proporre come traduttori, e di questo me ne rendo conto ogni volta che faccio fare delle prove di traduzione per Mondadori. Per ciò che riguarda il feeling tra scrittore e traduttore, direi che è imprescindibile, e infatti per questo motivo, quando un traduttore fa bene il suo lavoro con un autore, si cerca di affidargli sempre quello scrittore da tradurre, perché questo feeling perduri e si traduca in un lavoro più pulito, fluido e naturale.

6)      E arriviamo ai tanti esordienti (scalpitanti, disillusi, agguerriti, bravi ma che rimarranno nell’ombra oppure supponenti che si credono talenti incompresi): come li vedi posizionati in questo panorama di mercato assai scarso di lettori?

Gli esordienti ci sono sempre stati e sempre ci saranno (per fortuna, mi viene da dire come editor ed editore). Quello che è cambiato da qualche anno è la facilità con cui si può arrivare a pubblicare i propri testi in modo autonomo, rendendoli fruibili dal pubblico (con il cosiddetto self publishing). Un’arma a doppio taglio, perché se da una parte consente ad alcuni talenti che non riuscivano a farsi notare e a trovare spazio, di proporsi ai lettori (e in alcuni casi di emergere davvero), per moltissimi altri l’impressione è che sia tutto facile, che chiunque scriva possa definirsi scrittore e pubblicare, senza controlli da parte di editor ed editori, e senza fare il giusto percorso di crescita che qualsiasi autore, a meno che non sia provvisto di immenso talento, secondo me dovrebbe seguire. Un percorso da diluire nel tempo, per imparare passo dopo passo i trucchi, le tecniche e i segreti della scrittura e del mondo editoriale. Pensare di essere già fatti e finiti con la prima cosa che si scrive è sbagliato, e nella stragrande maggioranza dei casi serve solo a certificare la mediocrità di tanti presunti scrittori.

7)      Per aderire alle mille richieste hai deciso di mettere in rete alcune pillole di scuola di scrittura, dove hai ospitato anche colleghi. Ritieni che sia comunque necessario frequentare un corso di scrittura creativa a chi davvero voglia mettersi sul mercato (o perlomeno tentare) oppure che senza un talento innato non valga la pena di illudersi di trasformarsi da bruco a farfalla?

Il talento o lo si ha o non lo sia ha, questo è chiaro a tutti. Ma le tecniche di scrittura, che possono supportare o accrescere il proprio talento, in certi casi le si possono apprendere o con un lungo apprendistato (scrivendo, scrivendo, scrivendo e leggendo, leggendo, leggendo, oltre che confrontandosi con il mercato editoriale) o attraverso gli insegnamenti di qualcuno, con corsi di creative writing, manuali, canali video come il mio “Scuola di Scrittura ” su Youtube. Purché, naturalmente, chi offre questi insegnamenti abbia la caratura per farlo. Io sono sorpreso quando vedo che ci sono corsi di scrittura tenuti da persone che l’anno prima erano state studenti di un corso simile, e che non hanno mai pubblicato niente. O di chi si offre per servizi di editing (a pagamento) senza mai avere lavorato davvero per una casa editrice seria. Ecco, direi che chi si affida a questa gente dovrebbe prima provare a informarsi un po’ e scremare fra la tanta fuffa che viene offerta in Rete, scegliendo solo le reali occasioni di insegnamento e crescita proposte da realtà serie e professionali. A quel punto, credo che apprendere la tecnica in modo consapevole possa aiutare tanti bruchi a diventare farfalle. Io, personalmente, ne conosco tanti…

8)      Chi ti parla è un editor (non della tua portata, per carità!) e si domanda se i grandi scrittori (quelli del secolo scorso) abbiano frequentato corsi di tecnica (che mi pare siano apparsi in Italia non più di trent’anni fa) o se si sono avvalsi solo del loro talento prima e di un buon editing poi. Che ne pensi?

Pensa a questo: quanti sono gli scrittori del secolo scorso che ci ricordiamo? E quanti sono i cosiddetti scrittori che affollano oggi le librerie e gli store online? Il rapporto credo sia di 1 su 10.000 (secondo una ricerca che ho letto). Come dire: un tempo era il talento a prevalere, e gli scrittori erano una piccola elité che si staccava nettamente dal resto della popolazione. Oggi siamo tutti molto più acculturati, il nostro modo di esprimersi è universalmente cresciuto, e gli strumenti messi a disposizione dalle tecnologie consentono a tutti di scrivere e atteggiarsi a scrittori. E dunque il mercato è pieno di autori, che nella stragrande maggioranza dei casi, però, non hanno il talento necessario a poter rinunciare a un buon editing, per risultare davvero leggibili. Ecco la differenza tra il passato e la realtà editoriale moderna.

9)      Non credi che il gusto dei lettori sia cambiato parecchio, spostandosi in molti casi “al ribasso”?

No, non credo proprio. Semplicemente, un tempo c’era poca scelta, pochi autori, quello che veniva pubblicato era solo frutto del lavoro di pochi talentuosi che si rivolgevano alla minoranza che riusciva a leggerli e a capirli. Oggi nella lettura si cerca il divertimento, il coinvolgimento, il distacco dalle traversie della vita reale. E dunque la narrativa popolare non ha fatto altro che dare seguito a questa richiesta: soddisfare il desiderio di divertimento dei lettori. Che poi leggere qualcosa che diverti e appassioni sia andare “al ribasso”, e avere tra le mani il volume spocchioso e incomprensibile che si atteggia a prodotto intellettuale (che nessuno legge) sia andare “al rialzo”… be’, direi che ognuno dovrebbe giudicare in base alla sua sensibilità. A mio avviso non è così.

10)  Mi ha incuriosito quando racconti, con onestà il fattore C (Colpo di fortuna per dirla in modo meno moderno): quale è stato il tuo, se c’è stato?

Mah, non credo di avere avuto un singolo colpo di fortuna, forse più di uno (piccoli, poco eclatanti), che tutti insieme hanno determinato il mio percorso professionale. Colpi di fortuna, però, che ho cercato con caparbietà, e che spesso ho spinto a furia di calci e di tanto, tanto lavoro. Come dire: aiutati che la fortuna ti aiuta…

11)  Ti senti a volte subissato dalla tua popolarità e pensi che possa in qualche modo minare la tua creatività? Nel senso: scrivi ancora con la stessa spontaneità ed entusiasmo degli inizi?

Ma quale popolarità? Scrivendo libri? No, sai da dove arriva la mia popolarità? Partecipando come opinionista alle trasmissioni televisiva sul calcio. Ecco, da quando faccio questo la gente mi ferma per strada, mi riconosce, mi chiede di fare dei selfie con loro. Mai una volta che questo sia accaduto perché qualcuno mi ha riconosciuto come scrittore, giornalista, sceneggiatore o traduttore! Il mondo va così: se ti vedono in TV sei un divo. Altrimenti… E comunque va bene così, perché gli scrittori alla fine non devono essere dei divi ma semplici persone che si divertono a creare belle storie.

12) “Consigli per gli acquisti ” a Parole ad hoc .Un blog è davvero uno strumento utile per divulgare i propri libri e la propria passione?

Sì, i blog sono molto utili, così come lo sono i social e in generale i luoghi in cui la gente si ritrova e scambia le proprie idee. Ormai oggi le recensioni sui giornali non servono a niente, la gente le percepisce come pubblicità, mentre sui blog, nei gruppi Facebook o su Twitter, si possono leggere i pareri di altri lettori, di persone che recensiscono libri per il piacere di farlo, non perché devono portare a casa uno stipendio. E dunque questa forma di divulgazione, che è molto simile al concetto del passaparola fra lettori, risulta preziosa, a volte fondamentale. E ogni scrittore, che pubblichi in proprio o con la più grande delle case editrici, non può esimersi dal bazzicare in questi ambiti e confrontarsi direttamente con il pubblico e con chi, attraverso la sua passione, sfrutta parte del suo tempo libero per parlare di libri, di editoria e di scrittori. Come fai tu con Parole ad hoc, per esempio, e dunque lascia che approfitti dell’occasione per ringraziarti per avermi dedicato il tuo tempo, cosa che io considero molto preziosa.

“Cesare l’immortale” – Franco Forte (ed. Mondadori)


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Un commento su “Oggi abbiamo intervistato Franco Forte, scrittore di successo, editor e traduttore

  • Salvo figura

    Mi considero, a ragione, un allievo di Franco. È grazie a lui che ho pubblicato Gialli Mondadori e scrivo thriller storici su Delos.
    Quanto dice lui è da sottoscrivere tutto: leggere e scrivere senza sosta, se hai la voglia e la forza.
    Salvo