Lucia: un mio racconto su ciò che per me è la bellezza femminile


NewYork 2008 016A[1]Una vita in salita.
E’ stata un continuo arrancare tra sentieri impervi e difficili tragitti, cosparsi d’insidie e terreno sdrucciolevole.
Lucia l’ha percorsa tutta, senza lamentarsi, sperando che quella luce in alto riuscisse a insinuarsi e illuminare anche lei. Un po’ come accade a una piccola casa nascosta tra grattacieli che le catturano tutta la luminosità del cielo.
Ha difeso i suoi spazi come fossero stati tesori nascosti pur nell’amara accettazione che forse nessuno li avrebbe mai voluti scoprire.
Anzi, li ha arricchiti con la determinazione e la consapevolezza che nulla avrebbe potuto sottrarglieli. E più il mondo esterno osannava stereotipi di obbligatoria bellezza, più Lucia si scopriva credente: fedele seguace di se stessa e del proprio valore.
– Il suo curriculum è ottimo, ma mi racconti un po’ di lei … con chi vive? Che interessi ha? Che progetti ha per il futuro? –
Sempre le solite domande alle quali Lucia rispondeva con calma, soppesando interlocutore e risposta, senza lasciare trapelare alcun minimo imbarazzo e nemmeno rivelando un senso d’inadeguatezza.
– – Auguri e complimenti, le faremo sapere! –
Intervistatori miopi le porgevano la mano tenendo lo sguardo abbassato. Lucia veniva così congedata senza ottenere un impiego adatto alle sue effettive capacità. Costretta al più a lavorare nell’ombra perché il suo aspetto era dissonante con il kalos kai agathos: ciò che è bello deve essere buono e viceversa. A lei mancava la bellezza insomma.
Amava passeggiare ovunque le capitasse, inseguita dalla propria ombra e accompagnata dalla propria ricchezza interiore. Bastava a se stessa, anzi quasi era di troppo.
La sua mente non si fermava un solo istante, tesa ad apprendere, a ricordare, a incamerare nozioni e sensazioni. Il suo corpo invece era immobilizzato in una forma goffa, che nessun abito riusciva a migliorare.
– Cosa sai fare, cara? – le aveva chiesto, trattenendo la sigaretta tra le labbra raggrinzite, la titolare di un negozio che vendeva articoli privi di originalità.
– Mi arrangio! – aveva risposto Lucia, rinunciando a mettersi in mostra e sperando che quella risposta suonasse invitante per farle ottenere finalmente un impiego.
– Bene, qui vi sono tante ragazze, la prima cosa che dovrai fare è aiutarle in ciò che ti chiedono, qualunque cosa, senza obiettare né invidiarle !- e sentendo pronunciare il verbo “invidiare” a Lucia fu subito chiaro chi si sarebbe trovata di fronte.
Erano tutte uguali, con il denominatore comune chiamato Bellezza.
Alte, gambe lunghe – come le travi dei palazzi davanti la piccola casa di Lucia- lisce e sode, – come i marmi degli ingressi – figure femminili che parevano essere scaturite da fumetti per soli uomini.
Agitavano le mani tra i capelli o sugli oggetti in vendita, per distrarre e attrarre i clienti, quasi tutti maschi. Purtroppo, nonostante le ragazze fossero abili comunicatrici di sensualità, gli affari del negozio non riuscivano a decollare.
Rinomato nel quartiere per la deliziosa galleria di donne che vi lavorava, rimaneva tuttavia privo degli incassi sufficienti a pagare stipendi e fornitori.
– Eh sì, le cose vanno male, tra un po’ dovrò prendere una brutta decisione – le aveva bofonchiato la titolare tra sé una sera mentre stava per chiudere cassa – beata te che non ti aspetti niente dalla vita! – con questa insinuazione l’aveva offesa, ma non se ne era nemmeno resa conto.
Lucia deglutì, quel lavoro era tutto ciò che aveva trovato negli ultimi sei mesi e se lo avesse perso, avrebbe dovuto ricominciare la penosa trafila dei colloqui con quegli intervistatori miopi.
La sua laurea e il master non erano interessati a nessuno, tantomeno alla titolare di quel negozio che era convinta bastasse uno stuolo di slanciate ragazze a rendere più appetibili quella merce acquistata senza gusto e originalità.
– Se mi permette signora, potrei suggerirle qualche strategia di marketing e affiancarla negli acquisti –
– Tu? cosa? – per la prima volta Lucia sentì di avere un corpo, a giudicare dal modo in cui la vecchia titolare la squadrò da capo a piedi.
– Sì, se vuole…ho una laurea e ho vissuto tutta la mia adolescenza accanto a mio nonno che era un commerciante! – Lucia ricambiava lo sguardo senza mostrare il minimo cedimento.
– Va bene allora, cosa ho da perdere in fondo? mettiamoci a tavolino, oh ma bada, non farmi spendere denaro inutilmente in cose stupide tipo pubblicità eccetera –
E così “l’anonima” Lucia poté, per la prima volta davvero, terminare un discorso e sfoderare le proprie cognizioni, ma soprattutto essere vista come persona e non come una donna insignificante o bruttina.
Nel giro di tre mesi le ragazze dalle gambe lunghe si rivolgevano a lei come fanno le alunne all’insegnante e la titolare incredula ma soddisfatta aveva concluso che le vendite erano aumentate del trenta per cento, risultato che avrebbe fatto invidia anche ai migliori economisti.
– Lucia perché non provi questo tailleur? arriva da una sfilata, lo possiamo accorciare un po’ di maniche e in lunghezza – la titolare attendeva la visita di una delegazione importante, convocata da Lucia, che avrebbe potuto cambiare definitivamente in meglio le sorti di quell’impresa.
– Io? Beh veramente di tailleur non ne porto, ma va bene, lo proverò –
Lucia nel camerino, accaldata per l’angusto spazio illuminato da fari incandescenti, faceva fatica a sfilarsi la sua gonna pesante e il maglioncino attillato di lana infeltrito, che evidenziava una cattiva distribuzione del grasso. Anche le calze elastiche parevano soffocarla, per non parlare poi di quel reggiseno che le copriva metà torace. Decise di indossare quel tailleur dimenticando quelle torture cui si era abituata pur di nascondere il proprio corpo appesantito. Sciolse i capelli, che teneva legati con un elastico ricoperto di spugna, scovato in un cassetto la mattina mentre usciva da casa in gran fretta. Il tailleur proveniente dalla sfilata era davvero di buon taglio, perché improvvisamente le sue forme si addolcirono e parvero essere fatte per quel tessuto. I capelli, ondulati, di un castano scuro vigoroso, si adagiavano sulle spalle con grazia. Lucia tolse gli occhiali, ma non si vide più riflessa nello specchio lungo e decise così di rimetterli.
– Ottimo Lucia, ti sta molto bene, adesso indossiamo una scarpa diversa –
– No, le scarpe no, la prego, non riuscirei mai a camminare con i tacchi! –
– Niente tacchi, cara, tieni: questa scollata in camoscio è perfetta e non inciamperai –
Prima di lasciare il camerino Lucia si diede un’occhiata. Stentava a riconoscersi, ma fece un grosso sospirò e uscì perché la delegazione stava per arrivare. Fu una riunione lunga nella quale la titolare seguiva ogni sua parola in russo senza capirne una, Lucia parlava, traduceva, rifletteva, soppesava le risposte buttando un’occhiata ai propri appunti. Alla fine sorrise all’interlocutore più importante e gli strinse la mano.
Fu così che, al termine dell’impervia salita della sua vita, Lucia iniziò a vedere la luce. E accese mille luci, quelle delle grandi catene di negozi che lei stessa aveva creato, con successo. La sua titolare, stanca e consumata dal catrame nei polmoni, si era ritirata dagli affari, affidandole tutto, ragazze comprese. A loro Lucia aveva offerto ottime opportunità professionali e tutte avevano smesso di guardarla dall’alto in basso.
La sua vita di donna goffa era esplosa come un fuoco d’artificio, una sorpresa insomma.
“Lucia, quando sei entrata nella grande sala stringendo una cartelletta tra le mani e facendo attenzione a non inciampare ma ad arrivare diritta a quel posto, destinato alla persona più importante della riunione, ho sentito subito il tuo valore e percepito anche il tuo imbarazzo.
Donne bellissime ti servivano il caffè mentre ammiccavano a noi ospiti, loro perfette per i sogni maschili, tu perfetta per me. Quando poi hai iniziato a parlare e a dettagliare in modo sapiente obiettivi e strategie, senza perderti nemmeno per un attimo ma continuando a essere chiara ed esauriente, ho intuito il tuo impegno di anni e provato una grande fiducia nei tuoi confronti. Ho amato anche da subito il bottone della camicia che tirava, lasciando intravedere un pizzo da donna d’altri tempi, un ventre pronunciato non volutamente nascosto in biancheria intima contenitiva, ho apprezzato i tuoi polpacci decisi e solidi e i tuoi capelli forti come la tua personalità. Ho ammirato le tue mani senza smalto alle unghie ma belle e chiare, con dita lunghe che hanno seguito migliaia di righe mentre studiavi, i tuoi occhi senza trucco, ma vivaci e intelligenti, anche se nascosti dietro lenti di spessore come la tua personalità. Sono passati molti anni da quando ho iniziato ad amarti e non ho ancora smesso di rimanere incantato quando mi racconti qualcosa mentre osservo le tue nuove piccole rughe che accompagnano i tuoi discorsi mai banali. Sai catturare uomini senza fare uso di armi femminili comuni, ma con l’umiltà del fascino che emani.”
Lucia rilegge spesso le parole dell’uomo con il quale condivide da anni la propria avventura giornaliera. Quella lettera le fa compagnia assieme a qualche filo bianco cresciuto tra i capelli.
Ora lei è un grattacielo che cattura per primo la luce del giorno, ma non dimentica mai di essere ciò che è e non l’immagine che il mondo esterno avrebbe voluto. E poi siamo solo un involucro, è il contenuto che fa la differenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA *