L’Amore ai giorni nostri – un racconto davvero azzeccato


(di Maria Sabina Coluccia)

Nel mese delle maschere l’amore fa cucù, si nasconde e si traveste, lancia indovinelli e strappa baci, lacrime e sospiri. Chi son io? Arlecchino, Colombina o Pantalone? Lancia coriandoli e stelle filanti, per confondere cuori e menti, tra loro sempre più distanti. Arco e frecce sono ormai fuori moda, oggi la gente a suon di byte si innamora. Ecco, signori, Cupido 2.0, versione moderna dell’amore romantico, aggiornata e rivista in funzione delle nuovissime generazioni. Corredato di piattaforme social e app, contiene tutto ciò che serve per spingere all’amore senza annusare, senza toccare, senza gustare. Senza sporcarsi le mani, in pratica, che è un po’ ciò che ci ripetevano le nostre mamme quando eravamo bambini, ma questa è un’altra storia. Cupido ha indossato la maschera, si chiama informatica, vuole fare il moderno. E le giovanissime e i giovanissimi non sanno proprio farne a meno. Qualcuno ha inventato per loro un nome: Nativi Digitali, perché nascono già predisposti alla tecnologia. Peccato che di tecnologia si nutra anche il loro mondo emozionale. “È normale – spiega Elisa, giovane studentessa di liceo, alla quale abbiamo dato un nome di fantasia, data l’età – rapportarsi tra noi in questo modo”. Elisa vive in una città medio piccola del Centro Italia, ed è il prototipo delle adolescenti di oggi: frizzante, umorale, piena di voglia di scoprire il mondo, e tecnologica.

Chi ha passato gli “anta” ha la sensazione di appartenere all’Età della Pietra. L’adolescenza di chi negli anni ’80 aveva tredici, quattordici, quindi anni, era fatta di altro. Niente cellulari, niente computer portatili, i fidanzati si incontravano nelle case e alle feste, o a passeggio per il centro della città, o nelle piazze di paese. Si incontravano e si guardavano negli occhi. Si abbracciavano, sbaciucchiavano e strizzavano. Oggi ci si incontra ancora nelle case, alle feste, a passeggio per le vie del centro o nelle piazze di paese, ma gli occhi sono bassi, incollati agli schermi dei cellulari. Eccolo, un cuore rosa! Appare, un miracolo di tecnologia, per dire che il “lui” di turno ha apprezzato un tuo commento, una tua frase, una parolina.

“Ci si conosce così – continua Elisa – scambiandoci frasi apparentemente senza molto senso. Può durare anche un mese, o due, prima che si arrivi a incontrarsi”. Le regole sono poche e concise: prima di tutto è sempre il ragazzo che fa il primo passo e contatta la fanciulla, “perché deve essere così – sentenzia Elisa – è il maschio che si deve fare avanti”.  Anni e anni di liberazione sessuale, di costumi sovvertiti, di libertà conquistate, da parte delle donne, e poi eccola là, una giovanissima erede di tante battaglie femministe, che ti guarda candida negli occhi e ti dice con molta naturalezza: “il primo passo deve farlo il ragazzo”.  E se invece è la fanciulla a notare il fanciullo, che succede? Perché dico, può accadere, magari tra un pezzo di panino, che si incastra nell’apparecchio dei denti, alla ricreazione, e uno sguardo furtivo al cambio dell’ora, che Cupido dia una spallata a “lei”, costringendola a notare il fustacchione della classe accanto. “Ah in quel caso – spiega Elisa divertita – la ragazza può solo cercare di avere il numero di cellulare di “lui” e contattarlo una prima volta. Ma solo una prima volta, poi deve essere “lui” a portare avanti la conversazione”. E tutto questo dove? “Ma su WhatsApp – esclama lei – ovviamente si deve finire tutti lì”. E se il numero di telefono del fantastico ragazzo della classe accanto non salta fuori, ecco le giovani adolescenti di oggi pronte a solcare i mari di Instagram e Snapchat, dove solitamente incrociano vascelli pirati e pescecani, dove le amicizie sono virali e virtuali, le foto ritoccate e a volte i profili falsi. “Se ti piace un ragazzo e vuoi farti notare – spiega Elisa – commenti una sua foto e metti “mi piace”. All’inizio niente cuori, per carità. Poi quando il corteggiamento si è spostato su WhatsApp possiamo concederci cuoricini rosa, e successivamente, quelli rossi”. Il galateo dell’amore digitale è preciso, quasi rigido. Mi raccomando, rispettatelo, se non volete essere liquidati in due secondi. “Oggi ci sono ragazzine di 11 anni che iniziano storie romantiche virtuali su WhatsApp molto velocemente, e altrettanto velocemente le chiudono, con quelle frasette preconfezionate, adatte all’occasione del momento. Cuori spezzati con parole virtuali, ma che soffrono davvero. “Noi che frequentiamo già la scuola superiore non lo facciamo – ci tiene a precisare Elisa – ma le ragazzine più piccole, le tredicenni, sì. Scrivono cose del tipo “non è amore quell’amore che muta quando trova un mutamento”, o “avrei anche potuto accontentarmi, ma è così che si diventa infelici”. Frasi che fanno riflettere. E fa pensare questo volersi nascondere dietro uno schermo, dove tutto è rarefatto, dove il contatto fisico è assente, e il cuore vive in un mondo sganciato dalla realtà. Se amare è stringere, toccare, annusare, che tipo di esperienza sensoriale sarà mai questa, affidata alla tecnologia? Ci diamo appuntamento al parco, anzi no, tra la scheda madre, l’acceleratore grafico e la batteria. Controllare che il telefono sia carico, perché potrebbe andarne del vostro amore. E se la storia finisce? Non scrivetelo su WhatsApp, è l’ultima regola del galateo dell’amore digitale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA *