Il primo amore


Ognuno di noi ne ha avuto uno, per i più fortunati è rimasto l’unico, per molti però non è che un ricordo.
Un mio breve racconto per voi.
Il locale era affollato e pareva mancare l’aria, ma noi, arrivati in orario (chissà perché sono sempre gli stessi quelli che non ritardano gli appuntamenti?) respiravamo con maggior vigore quasi a gonfiarci.
Volevamo apparire spavaldi e non trapelare l’inevitabile ansia di rivederci dopo venti anni esatti, da quel lontano mese di luglio del mille novecento settantasei.
Dopo tanto tempo il primo rischio che corri è quello di non riconoscersi mentre il secondo, forse peggiore, è quello di non sapere cosa raccontarsi.
Ecco Chiara, stesso pallore, identica aria da suora mancata, ma sempre raffinata, non una ruga sul suo bel viso siciliano. E’ rimasta la stessa, difficile non ricordare di lei quel fidanzato allampanato che sfoggiava con orgoglio, che la aspettava davanti ai cancelli schiacciando il piede sull’acceleratore della rombante Abarth. E ci guardava come fossimo dei pivelli perché ancora alle prese con i libri mentre lui era già un giornalista.
Un’emozione per me riabbracciarla, la conferma che il nostro intendersi allora fosse di affinità e non di convenienza. Peccato, mi dico, che quello pseudo giornalista l’abbia allontanata dalla giovinezza per rinchiuderla tra quattro (povere) mura di periferia.
Poi lui, il futuro avvocato, rimasto identico, naso grosso, erre moscia, quel tanto di raffinatezza che allora lo rendeva ridicolo e stasera non può che farmi sorridere di nuovo. Mentre gli stringo la mano, ripenso a quando mi confessò di nascondere un fazzoletto sul pube per apparire più dotato e vorrei ora chiedergli se quel trucchetto funzionava, ma gli vedo una fede all’anulare e decido di lasciare correre.
E Maddalena, che si affanna ad accoglierci in quella stanza che ha prenotato dopo una ricerca durata mesi per ritrovarci tutti (ignara che se avesse atteso altri dieci anni forse i social network le avrebbero concesso uno sconto sul tempo). Si agita come allora, assieme al suo tic nervoso; meraviglioso espediente che ci veniva in aiuto durante le versioni di latino per suggerire a noi che, improvvisamente, le dimostravamo una maggiore amicizia.
Non voglio – penso, mentre vedo entrare uno per volta quei volti che hanno condiviso le mie giornate in lunghissimi cinque anni – ho paura a restare.
Ciao – stesso ciuffo, spalle larghe, è bellissimo. Il migliore. Anche nelle foto che conservo, quelle in bianco e nero. Il sogno di molte insomma. Rivedendolo non posso che riprovare la stessa sgradevole sensazione di quando scoprii che il bacio che mi diede a una festa non fu per desiderio, ma per scommessa. Una goliardica stretta di mano tra lui e chi stasera deve ancora arrivare.
E Orietta? La rivoluzionaria, l’anarchica, dove è finita? Le sono rimasti, a renderla riconoscibile, gli stessi capelli ondulati biondi e lunghi, ma ora veste i panni di un’insegnate di tedesco. Mi pare di sentirla ancora urlare “sei una borghese!” mentre con la sigaretta accesa mi lascia basita nel bagno del liceo; le ho rifiutato un bacio, pur nella consapevolezza di perderla come amica. E dire che l’avevo vista più volte appartarsi con ragazzi e professare l’amore libero, ma per me, disse, provava una seria attrazione.
Mi spiace, il mio cuore era di chi deve ancora arrivare questa sera. Sediamo a tavola, io accanto al miglior racconta frottole che abbia mai incontrato, spaccone, pieno di sé, ma terribilmente gioioso. Era capace di prestare volontariato e mettere la sirena all’ambulanza per correre nel centro e incontrarsi con noi per l’aperitivo, era capace di farmi piroettare anche in mezzo alla strada arieggiando un boogie. Teneva testa agli insegnanti che si ostinavano a indirizzarlo fuori dal liceo ma anche dal corso di studi. Ma lui non ha mollato, oggi è un professionista accreditato e pesa frasi e gestualità mentre conversa. Lo guardo e non credo ai miei occhi, ma confesso di esserne un po’ delusa del suo aver messo la testa a posto.
Conserviamo ricordi bellissimi o pieni di paure e forse davvero l’errore più grande è rivedersi poi da adulti.
Un po’ come aprire un armadio e scoprire, indossando qualcosa, che eri molto più magro oppure sfogliare un album di ricordi e faticare a collocarli nel tempo.
La paura di rivedere chi doveva ancora arrivare aumentava a ogni portata.
E non manca lui, il figlio del giornalista che ha seguito la carriera del padre, bruttino come un tempo, ma (poco) segretamente innamorato di me. Anche stasera non mi toglie gli occhi di dosso, non ha più la cannuccia da rosicchiare mentre cerca di rendersi simpatico ai miei occhi, muove invece le posate con compostezza e sento che prova ancora un po’ di ammirata nostalgia nei miei confronti. Poi viene il mio turno, dovrei raccontare cosa è stato di me negli ultimi vent’anni, ma, soprattutto, come e perché sia finita la storia con chi deve ancora arrivare. Perché è ormai chiaro a tutti che una fine ci fu e certamente dolorosa.
Sono nervosa mentre racconto dell’uomo meraviglioso che ho incontrato, lo faccio in fretta prima che irrompa Lui, il grande atteso. Non vorrei mai fargli sapere che un altro uomo ha preso il suo posto nella mia vita. – Forse che Lui ha ancora un significato per me? – Inorridisco per averci pensato e magnifico ancora di più il mio attuale compagno. Clara m’informa che Lui ha preso un treno per raggiungerci e che arriverà molto tardi.
Tiro un sospiro di sollievo perché ho paura dell’impatto.
Attorno a quel tavolo vi è un pezzo della mia vita, una parte importante, trascorsa tra poche gioie e molte tristezze, il primo ponte teso a farmi divenire una donna.
Entra il ristoratore e avvicina Chiara, si abbassa e le sussurra all’orecchio che Lui ha chiamato per avvisare che presto ci raggiungerà e sta prendendo un taxi dalla stazione.
Ho il cuore in gola, tutti d’istinto si girano per cercarmi, mi sento le fiamme sulle gote e le gambe paralizzate. Mi pare di non aver via di scampo.
L’ho amato fino a quando sono stata in grado di sopportare il dolore e fronteggiare la disperazione, l’ho odiato per avermi tolto anni di spensieratezza, ma ora devo scappare. – scusate, si è fatto tardi, ho promesso che sarei stata a casa presto – lo balbetto poco convinta alzandomi a fatica dalla sedia.
Il coro di quelli che un tempo furono i miei compagni di liceo si fa lamentoso, chi si offre di accompagnarmi, chi mi ricorda che son vent’anni che non ci vediamo e devo restare ancora un po’. Non posso cedere, mentre pago la mia parte, ripeto a me stessa di essere una vigliacca ma non m’importa.
Bacio in gran fretta Chiara Orietta Maddalena e tutti e lascio quel locale come fossi una fuggitiva.
Con la coda dell’occhio vedo un taxi fermarsi e il ritmo del mio battito accelera vorticosamente, ma non mi volto.
E’ una ferita che brucia ancora, proprio come quando il tempo cambia.

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