ho provato ad immaginare cosa significhi essere “il rivoluzionario”


se credete che gli idealisti aiutino a cambiare il mondo leggete questo racconto.

Mi dispiace. Non per me, per loro.
Guardali. Fissano i fiori non vedendone i colori, nemmeno se uscisse un insetto riuscirebbe a distoglierli tanto è il loro dolore. Si domanderanno perché l’ho fatto, per tutta la vita mi rimpiangeranno e scuoteranno la testa disapprovandomi. E a chi li guarderà con compassione, dimostreranno di sentirsi compresi.
E invece no.
Poveri genitori, anziani, antichi come la barba di mio padre e le rughe profonde di mia madre.
Ecco mia madre che cede, un pianto forse liberatorio, un misto di rabbia per non avermi potuto fermare e di amarezza per non avermi compreso. Ma sì, piangi mamma, i tuoi occhi diventeranno più lucidi, per poco, il tempo necessario per seppellirmi, per ritornare, una volta a casa, opachi.
Proprio come quando mi aspettavi la sera alzata e non tornavo all’ora che ti saresti immaginata.
Con il tuo pigiama stinto e i capelli disordinati, schiacciati dal cuscino appoggiato sul divano.
Senza mai chiedermi dove fossi stato fino a quell’ora, ma immaginandolo.
Il vecchio no, non piange, digrigna quel che resta dei denti, il movimento della mandibola lo tradisce, ma rimane impietrito, come gli hanno insegnato, che gli uomini non devono piangere, mai.
Non sono presenti molte persone, i parenti si sono dileguati, per la vergogna di essermi tali.
Qualche conoscente che per curiosità ha voluto infilarsi nell’epilogo di questa disgrazia e poi lui, il parroco che non ha mai capito nulla, ma che mi ricorda bene. E’ vero, frequentavo il suo oratorio molti anni fa, e già non sopportavo la parola perdono. Perché mai avrei dovuto comprendere e accettare un calcio negli stinchi o le imposizioni dei ragazzini più grandi? Perché mai avrei dovuto confessargli il mio desiderio di giustizia se lui poi mi costringeva a recitare preghiere per ripulire solo la mia anima? Forse iniziò tutto da quel periodo, l’adolescenza è la proiezione di come diventeremmo, senza l’aiuto di una guida solida. Ed io, cari genitori che guardate quei fiori ancora interrogandovi perché io sia qui, non posso che biasimarvi perché non siete stati quella guida. Ho deviato, lo ammetto, ma non lo rinnego nemmeno ora.
La libertà è un sostantivo molto usato, anelato, osannato. Ma da chi non sa come conquistarla. Per quelli come noi che la volevano davvero, quella parola si trasformava, perdendo il significato comune per diventare un imperativo.
Sì, mi dicevate:
“smetti di frequentare quegli scalmanati, alla fine ci lascerai la pelle! Cosa credi? di poter cambiare il mondo? Niente cambia, la vita è così, rassegnati!”
“Rasségnati? E a cosa? A vivere una vita come la vostra? Fatta di perdite e di sottomissioni, cementate nell’accettazione di stereotipi che vi fanno diventare sempre più grigi?”.
E più cercavate di condurmi sulla strada della ragionevolezza, quel comune buon senso cui ogni genitore auspica per il proprio figlio, più mi sentivo avvampare ogniqualvolta scorrevano sotto i miei occhi ingiustizie, favoritismi, compromessi. Un impeto dentro di me, molto simile a quello della passione d’amore, mi portava a voler distruggere i simboli di quella società, anni di storia sempre uguale a se stessa, composta di lestofanti vincenti e di poveri senza nerbo.
Ascolto il parroco con quanta solerzia tenta di descrivermi come un’anima che ha perduto il cammino! Ma quale mi domando? Perché il Creatore certamente non commetterebbe soprusi, nefandezze, violenze psicologiche, raggiri. Lui mi capirà, tra poco, quando mi presenterò mutilato da una bomba che non mi aspettavo di incontrare, sul cammino della rivoluzione. Lui sa che ho lottato per raggiungere quell’equilibrio di ruoli, tentando sempre di rispettare le vite di chi mi era contrario. Mentre l’altro no, arroccato nella sua arroganza, detiene il potere e non lo ammette, rimane sullo spartiacque convinto di trovarsi dalla parte della ragione. Siamo noi, i rivoluzionari, che dobbiamo perire, e malamente.
Perché così mi hanno fatto morire, senza domandarsi se fosse stato giusto obbedire agli ordini ricevuti dai loro superiori, cioè di non avere pietà e senza nemmeno riflettere per un attimo che non esiste onesta competizione al mondo dove dieci combattano contro mille. Perché loro non volevano misurarsi con noi, che avevamo il cuore pieno di speranza di cambiare, loro volevano solo sterminarci.
Così più tardi chiederò al Creatore un’altra possibilità: di riprovarci. Di tornare a vivere per lottare ancora, perché anche adesso, che so cosa significhi smettere di respirare per una bomba che ti fa schizzare in aria, ho voglia di crederci ancora. Nella vita, nella lotta, nella speranza che un giorno esisterà una società fatta di ascolto, di trasparenza, di correttezza.
Chiederò anche di nascere dagli stessi genitori, che ora guardano il cofano pieno di fiori domandandosi dove hanno sbagliato.
Tenterò così di spiegare loro che non è vivere rassegnandosi, accettando passivamente le ingiustizie e chissà che non possano comprendermi dopo avermi ascoltato e divengano così meno opachi. Chissà che mio padre, fiero di me, non terrà le spalle alzate e guarderà negli occhi il parroco, difendendomi anzi se un ragazzino mi userà violenza gratuita, anziché insegnarmi ad accettarla. E che il perdono non divenga un mezzo adottato solo dai più deboli a favore dei più forti.
E chissà se mia madre smetterà di aspettarmi alzata la notte, ma dormirà serena, sapendo che finalmente fuori esiste un mondo migliore. Non ricordando che in questa vita io vi ho contribuito … saltando in aria.
Mi dispiace. Non per me, per loro.
rivoluzionepeg

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