“Elena” ovvero no alla violenza


oelena

Questo racconto ha partecipato al contest Witer X Factor che ha dato l’incipit evidenziato

“L’aurora rischiarava le sagome dei palazzi della città. Iniziava ad albeggiare e una luce brillante rendeva tutto più definito, netto. La notte stava ritirando veloce il suo buio, come se il sole prepotente volesse scacciar via le tenebre. Elena socchiuse gli occhi e respirò a fondo l’aria ancora frizzante della notte. <>, disse.”
Raccattò la borsa da terra, che sempre posava accanto alla porta ogni sera quando rientrava, il cui contenuto aveva però modificato. Non più le chiavi di quella casa ma, al loro posto nella cerniera interna, tanti piccoli tagli di denaro, racimolato nel tempo con molte piccole rinunce facendo sempre attenzione a non destare sospetti. Poi, un cambio di biancheria intima, perché Elena odiava indossare qualcosa che non profumasse di bucato.
Quell’odore, fastidioso, intenso, non l’avrebbe mai più subìto.
“Che ci fai qui dentro, con queste mani?” le aveva chiesto Lorenzo sorridendo e sfiorandogliele con gentilezza per attaccare discorso.
“Lavoro, ma amo disegnare” gli aveva risposto Elena impacciata ma stupita e affascinata da quel ragazzo che ne aveva, unico fra molti, notato la forma aggraziata.
Lo aveva conosciuto sei anni prima, servendogli una birra nel locale dove lei lavorava nel tentativo di guadagnare qualche cosa per pagarsi quel corso. Avrebbe voluto diventare una stilista, disegnare abiti per donne fortunate. Elena era capace di trasformare un tovagliolo di carta in un piccolo quadro. Matita o penna che fossero li domava, assoggettandole alla propria capacità e fantasia.
Una storia iniziata così, come mille altre nate quelle in borgate periferiche.
“Non vi erano quei palazzi alti, li hanno costruiti dopo” pensò gettando un’occhiata all’esterno. Ma lo specchio all’ingresso le rimandò, facendola quasi trasalire, la figura di Lorenzo, il quale, pancia all’aria e bocca spalancata, russava fragorosamente. Non si sarebbe mai abituata alle sue sbornie.
“Stai esagerando Lorenzo” gli aveva detto Elena, dopo solo un anno di convivenza.
Non era un compleanno o una data da ricordare, eppure Elena non la poté mai più dimenticare.
Lorenzo, con il suo grosso palmo sudato e lo sguardo carico di rancore, l’aveva colpita con tale violenza che Elena era stata costretta ad assentarsi dal lavoro e rimanere, per una settimana, chiusa in casa perché nessuno potesse mai chiederle cosa fosse successo. Il suo viso aveva cambiato colore ogni giorno, prima di tornare a quello naturale. E il suo cuore non era più stato tranquillo. Batteva, s’interrompeva, riprendeva, lei lo sentiva agitarsi nel suo magro torace, era lì per ricordarle la delusione e la paura di avere incontrato quel ragazzo. L’illusione, la fede o chissà che, le impedì tuttavia di ammettere che non sarebbe riuscita a cambiarlo. Ma non vi è amore femminile che riesca a fermare una mano maschile violenta. Ci impiegò cinque anni a capirlo. Cinque anni che percepì come fossero dieci.
Persino quel calcio là, ben assestato nelle reni, e poi il sangue, la triste conferma che la sua prima gravidanza si era così interrotta. La prima ma anche l’ultima.
Silenzio, nel cuore, non confidare a nessuno le regole di quella prigionia, non chiedere consiglio, ma trovare in se stessa la forza di capire, di analizzare, di riflettere … di andarsene.Lorenzo aveva conservato un unico pregio ai suoi occhi, quello di averle fatto comprendere la propria forza interiore, della sopportazione prima e della ribellione dopo.
Elena aveva finalmente smesso di credere alle favole, consapevole che, come nel bosco vi sono pericoli, così la città è un enorme bosco di cemento dentro al quale si nascondono animali aggressivi come Lorenzo.
La luce del primo raggio, quella mattina, cercandosi strada tra le fessure delle persiane, infastidì però il buio del sonno di lui, che movendo la propria mole, si mise a chiamarla, ripetendo il suo nome in modo strascicato e meccanico.
“E’ ora di muoversi” ripeté spaventata di nuovo a ste stessa, chiudendosi la porta alle spalle e volando giù per quei gradini fatiscenti nel modo più silenzioso e veloce possibile.
Cinque piani con il cuore sospeso, cinque anni di sbalzi, come un tracciato impazzito.
I marciapiedi ancora deserti, sembravano indicare meglio il percorso verso quei palazzi alti, che Elena aveva tante volte osservati come fossero stati un miraggio irraggiungibile.
Un brivido le attraversò la schiena, l’emozione che solo un’alba o un momento di paura superata possono regalare, poi infine un respiro rigenerante la soprese.
“E’ ora di muoversi. Verso la libertà” ripeté a se stessa osservando le linee geometriche di quell’orizzonte mattutino.

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