da una donna a tutte le donne un mio breve racconto 1


flowersEro intimorita mentre varcavo il grande cancello di quello che sarebbe stato il luogo ove esercitare la mia prossima assistenza. Si trovava in una zona periferica, imponente come una cattedrale, con centinaia di finestre dietro le quali immaginavo occhi di sconosciuti scrutare il cielo e, forse, pregare. Non era la prima volta per me, ma certamente la più impegnativa perché avrei dovuto misurarmi con tantissime realtà. Pareva di trovarsi in un labirinto il cui percorso era facilitato da indicazioni riportanti nomi di santi o sconosciuti benefattori. Ogni settimana le dirò in quale reparto avremo bisogno di lei – mi aveva detto la responsabile del personale. E malgrado non dipendessi direttamente da lei, era risaputo che volesse conoscere di persona chi entrava nei reparti oltre a medici, infermieri e pazienti.

–  Compili il questionario per favore, in modo più dettagliato possibile, soprattutto indicando le esperienze precedenti – mi aveva indicato una sedia di alluminio e un piccolo tavolo a tre gambe.

–           Sono tutte donne, ha mai prestato volontariato in un ospedale solo femminile, Anna? – mi scrutava forse per carpirmi una cedevole perplessità.

–           Sono una donna e credo di sapere di cosa abbiamo bisogno, soprattutto nei momenti di difficoltà.

–           Non sarà facile, la avverto, portare conforto a una donna qui è molto più complicato che aiutare un’amica o una sorella! – Mi congedavo con educazione. Mi ero presa un impegno e desideravo svolgerlo con padronanza di me stessa, come altre volte. Il lunedì fui assegnata a quello che giudicavo il luogo migliore di un ospedale: il reparto maternità. Ero certa che avrei comunque respirato un’atmosfera di gioia e di speranza pur nei casi più complessi. Incrocio grosse pance che sembrano boe fluttuanti nel mare della vita, poi lo sguardo è catturato da un tremore appena percettibile, tendo l’orecchio e sento pregare. In un angolo, seduta quasi sul cuscino con le gambe penzoloni e immobili, vedo una donna confabulare tra sé, mentre cerca chissà quale oggetto in un piccolo borsino, ha le mani nervose e instabili e non si accorge che mi sto avvicinando a lei.

–           L’ho spaventata? – le chiedo con un fil di voce.

–           Non sanno se vivrà, il mio bambino forse non ce la farà… – non alza nemmeno gli occhi per capire chi io sia, continua a muovere il contenuto di quella piccola borsa come cercasse una soluzione al suo dolore. Lo avverto, lo percepisco, è molto vicina a perdere la propria bilanciatura, mi sento inerme, non conosco la gravità del neonato, ma capisco che lei, madre, è prossima al crollo. Poi, non so come, le cingo le spalle, quasi volessi fermarla e bloccare la sua angoscia. Si gira e mi abbraccia, sento il calore del suo seno gonfio che aspetta di nutrire la sua creatura, sento l’invadenza del ventre non ancora rientrato dopo il parto, le accarezzo la testa, come si fa con i bambini quando hanno paura dei tuoni. Ora sono io che desidero accada un miracolo, che il suo bambino combatta e affronti la vita.

–           Domattina sarò di nuovo qui e desidero che lei mi porti a conoscere il suo bambino, d’accordo? – le dico con il cuore pieno di fiducia.

–           Va bene. Si chiama Gabriele e sembra proprio un angelo – smette di cercare nella piccola borsa e si sdraia, sfinita, ma ha finalmente un bagliore negli occhi e un impercettibile accenno di sorriso. Rifletto che la responsabile del personale in fondo non aveva avuto torto nel mettermi in guardia sulla difficoltà del volontariato. Domani altri reparti mi attenderanno e già intuisco che dovrò trovare in me tutta la forza. L’ultimo, quasi nascosto da aiuole complici, è un reparto poco frequentato e assomiglia per lo più a un rifugio. Le donne che si trovano lì hanno subito violenze. Vi è solo un uomo a presidiarne l’ingresso, come rappresentante delle forze dell’ordine. Mi lascia entrare quando gli mostro il mio tesserino. La prima testimone che incontro è una ragazza che giudico non avere più di quindici anni; cammina a fatica con delle buffe pantofole con la testa di Pluto. L’andatura è lenta e tiene le gambe leggermente divaricate: è stata violentata da coetanei, che un tempo credeva fossero suoi amici. Non le chiedo come sia accaduto, vorrei possedere una gomma e cancellarle dalla mente quell’esperienza, ma cerco argomenti che possano interessare un’adolescente. Poi m’ interrompe con un’inaspettata aria matura che le trasfigura il volto acerbo e mi racconta il suo desiderio di trovare un ragazzo che l’avrebbe amata, con i suoi brufoli e le sue gambe non perfette e che sognava di donargli se stessa proprio come si vede fare nei film la prima volta.

–         Invece  niente – dice – si è spezzato tutto, non posso più desiderare che accada, ora sono diversa!

–           Ora sei migliore – le dico – perché saprai dare un valore maggiore all’uomo che ti amerà. Tutte portano i segni della mano maschile che avrebbe voluto piegarle, spezzare loro la voce e forse l’esistenza. Ciò che più mi colpisce di queste vittime non sono i lividi o i lamenti, ma gli sguardi delusi. Donne che un tempo hanno amato i loro carnefici e che hanno scoperto invece dei mostri. Poi capisco che è il loro coraggio sul quale devo puntare per aiutarle e sul loro desiderio di rinascere. I giorni seguenti ascolto altre storie, tutte con un unico denominatore: la forza e la fede in se stesse.

Le donne non sono leggerezza e superficialità, ma sono solide e concrete. E non cambieranno mai.


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