Chi è Stefano Bortolussi? Lo abbiamo intervistato per voi (parte I)


Abbiamo avuto il piacere di conoscere Stefano Bortolussi, poeta, romanziere e traduttore, ma soprattutto uomo, che si è raccontato a noi con sincerità, descrivendoci il suo cammino letterario in continuo divenire. Non perdete quindi domani la seconda parte di questa intervista. 
Grazie Stefano, per aver concesso a Parole ad hoc l’opportunità di saperne un po’ di più della tua lunga esperienza come romanziere, poeta e traduttore.
  • E’ nato prima il poeta o il romanziere?
È nato molto prima il poeta, anche non tenendo conto delle classiche, illusorie poesiuole scolastiche (in più di un senso) destinate alla compagna di classe di cui ti sei fatalmente innamorato quella settimana.
Sentimentalismi a parte, la mia prima silloge pubblicata risale al 1980—ma è meglio non parlarne.
La seconda silloge, dell’anno successivo, si chiamava L’ombra del rimare, e conteneva, anche se molto in nuce, alcuni temi e ossessioni che mi accompagnano ancora oggi. Erano espressi in una poesia ancora immatura e derivativa, barcamenandosi come faceva tra neoavanguardia e “parola innamorata”, ma insomma, a voler essere molto generosi si potrebbe dire che lì nacque il poeta Bortolussi. Per la narrativa bisogna aspettare ancora un po’, quindi tanto vale che risponda alla tua seconda domanda.
  •  Puoi spiegarci, a grandi linee, il tuo percorso letterario?
In parallelo alla poesia, che peraltro cominciai a centellinare e non pubblicai più fino all’uscita di “Ipotesi di caldo” (Book Editore) all’inizio del nuovo secolo (frase che fa tanto “grande vecchio”…), il resto degli anni Ottanta e la prima parte dei Novanta li dedicai a una sorta di “doppia carreggiata” cinematografica: critica da una parte, scrittura di sceneggiature per cortometraggi e film indipendenti dall’altra, spesso in collaborazione con Daniele Pignatelli.
A metà tra teatro e poesia si colloca il monologo in versi “Un’ora a maggio”, che venne messo in scena nel 1991 a Milano (Teatro Libero) e Roma (Teatro dell’Orologio).
Con l’inizio dell’attività di traduttore di narrativa angloamericana contemporanea, e l’esercizio direi quotidiano di una sorta di “confronto a distanza” con alcune delle voci letterarie più interessanti di quel mondo, cominciai a sviluppare il “germe della narrazione” e a pensare (anche) in termini romanzeschi.
Il mio primo romanzo, “Fuor d’acqua”, uscì con peQuod nel 2004. Il secondo, “Fuoricampo” (nessuna relazione) venne pubblicato, sempre da peQuod, nel 2007, e il terzo, “Verso dove si va per questa strada”, è uscito nel 2013 per i tipi di Fanucci. Come vedi, una volta contratto “il germe” è molto difficile liberarsene…
  •  Stefano bambino… cosa sognava di fare da grande?
Escludendo il calciatore (ala sinistra, come Pierino Prati), il macchinista ferroviere e il sassofonista free jazz, direi proprio l’autore. Tieni conto che ho ancora amici che mi chiamano, alla mia tenera età, L’Autorino…
Scherzi a parte, ricordo un 10 elargitomi in quinta elementare dal maestro Vecchi per un mio tema di fantasia, in cui non ne sono del tutto sicuro, ma mi pare fossero coinvolti dei carciofi magici. È un’idea che non ho più ripreso, ma non è detto che prima o poi non ci ritorni.
  • Sappiamo che hai tradotto illustri nomi stranieri, ti sei sentito avvantaggiato dal fatto di essere uno scrittore o, a tuo avviso, anche un espertissimo traduttore può dare la stessa versione?
Per citare qualche nome alla rinfusa, e senza artificiose distinzioni di generi, nel corso degli anni ho avuto l’onore, l’onere e il piacere di tradurre scrittori come James Ellroy, Edward Bunker, James Lee Burke, Cathleen Schine, John Connolly, Madison Smartt Bell, Richard Price, Dana Spiotta, Stefan Merrill Block, Julie Orringer, John Irving, Lawrence Norfolk, Joshua Ferris, Dennis Lehane, Richard Russo…
Il catalogo sarebbe ancora lungo, ma non voglio ammorbarvi più del dovuto.
In effetti, ho sempre pensato che sia molto più importante conoscere bene i segreti della lingua in cui si traduce che quelli della lingua di origine. In verità è sbagliato fare distinzioni: il traduttore perfetto non esiste, e nemmeno la traduzione perfetta. Tradurre è sempre tradire, in altre parole. L’importante è penetrare, nel modo più discreto e silenzioso possibile, nella mente dell’autore e cercare di carpirne i  segreti e percorrerne gli antri più nascosti con il massimo del rispetto, ma anche con una buona dose di irriverenza, credo. Poi, ovviamente, la letteratura non è una scienza esatta: ci sono cento modi di dire la stessa cosa, e probabilmente il migliore è il centunesimo.
  •  Hai conosciuto gli autori di cui hai poi tradotto i libri? Se sì, hai qualche aneddoto da raccontarci?
 In alcuni casi, peraltro rari, si sono create addirittura delle belle amicizie. Io ho la fortuna, per motivi biografico/famigliari, di passare parte del mio tempo in California, e ogni volta che mia moglie e io siamo nella magica terra di Califia passiamo almeno una deliziosa serata con Cathleen Schine e sua moglie Janet, la quale fa una bistecca alla griglia che è uno spettacolo e un Martini cocktail che stenderebbe anche Papa Hemingway. John Connolly è mio compagno di razzie discografiche, nei putroppo rari casi in cui riusciamo a incrociarci: siamo entrambi appassionati di un certo tipo di rock che definirei lirico e fantasmatico, ed è bello scambiarsi consigli e insulti (“Come, non ti è piaciuto l’ultimo album dei Winterpills? Ma allora non capisci un beato…”).
— fine parte I —

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