9 marzo 1908: nasceva l’Inter (alla quale ho dedicato questo racconto classificatosi ad un concorso)


Foglio bianco: si parte sempre da un foglio bianco, a volte lo si riempie, a volte lo si straccia dopo che non si è riusciti a riempirlo.

Daniela, un’ allampanata ragazzina con due lenti tanto spesse che ci chiedevamo quanto grandi avesse in realtà gli occhi, era l’unica della classe a non completarne mai uno.

E quando l’arcigna maestra la umiliava, scuotendo la testa nel ritirarle quel lavoro incompiuto, noi tutti ci stupivamo di come riuscisse a non scoppiare in lacrime, annacquando quelle lenti che parevano fondi di bottigliette di Coca cola.

Non si sapeva nulla di lei, perché era come muta, trincerata dietro un silenzio virtuoso o forse solo timido; compariva ogni mattina a scuola alla chetichella e scompariva quando la campanella creava quella specie di eccitazione cui nessuna riusciva a sottrarsi.

Povera Daniela, ti giravi e non c’era più, nemmeno per il lungo viale adiacente alla scuola di mattoni rossi, se ne andava in compagnia dei voti più brutti della classe e di lei non sapevi più nulla fino al giorno seguente quando ricompariva, con il suo enorme fiocco di naylon blu che non si stropicciava mai.

Persino nella foto di gruppo, dove ognuna di noi cercava la posa migliore con la quale offrire di sé l’immagine di alunna modello, Daniela rimaneva impassibile e rigida e non si curava di abbozzare un sorriso, quasi non si sentisse parte della classe.

A pensarci bene, non l’avevamo mai vista sorridere, forse dietro quelle labbra sottili non vi erano denti, perché lei non rosicchiava mai la matita nè stringeva pensierosa la cannuccia, con la quale invece noi tutte ci concentravamo, facendo attenzione a non agitarla troppo per non macchiare il foglio di inchiostro. Consumava un mezzo panino cosparso di olio come merenda, appoggiata sul banco, quello più vicino al termosifone.

E ogni anno, nelle consuete foto ricordo, Daniela era sempre la stessa  e se non fosse stato perché la sua statura aumentava, avremmo potuto dire che non stava crescendo; dalla prima alla quinta stesso taglio di capelli e stesso fiocco.

Vi era poi l’altra Daniela, quella che invece i fogli li riempiva, eccome. Con una precisione e un ordine da far invidia a molte compagne, orgoglio dell’arcigna insegnante che la esibiva come un esempio da seguire e da contrapporre alla tapina dal fiocco blu. Era sempre attenta, con due occhi grandi azzurri che parevano possedere tutta la luminosità del cielo, un fiocco perfetto, un grembiule che ricordava l’abito della Prima Comunione tanto era inamidato.  Nelle foto in bianco e nero, scattate nel grande e  austero cortile della scuola dai mattoni rossi, il cambiamento della prima della classe era invece visibile, non  nell’altezza che non aumentava purtroppo per lei in modo evidente, ma nell’ espressione consapevole di essere quella con il rendimento migliore, quella con la D maiuscola. Unico neo di quei ritratti in cui sembravamo tanti pinguini impettiti era la mano della burbera maestra posata sempre sulla sua spalla, quasi volesse far notare che quella ragazzina fosse il suo migliore trofeo come insegnante nonché il prediletto.

Mancavano ormai pochissime settimane al primo esame di stato, che Daniela dal fiocco blu era ormai certa di non superare. Non perché lo avesse confidato a noi compagne, ma perché la maestra glielo aveva predetto pubblicamente e senza il minimo tatto, puntandole quasi il dito aguzzo sotto i suoi occhiali in finta tartaruga.

Le maestre uniche, e quindi figure potenti, in grado di allietare o rovinare quei primi cinque anni di scuola, agivano d’istinto e in modo inappellabile. Così, un bel mattino, la nostra anziana e per nulla materna insegnante, mossa più da amor proprio che da compassione verso la poveretta, decise di riorganizzare la classe e affiancare le due omonime.

Un po’ come quando si versa qualche goccia d’ inchiostro in un calamaio secco da uno che invece strabocca.

Poi, appoggiandosi più saldamente al bastone che alla cattedra, fingendo di essere sul punto di assegnarci un tema molto impegnativo, ci disse:

Tema, scrivete: “ la tua squadra di calcio preferita”.

Forse che la nostra maestra in tutti quegli anni non si fosse mai resa conto di insegnare in una classe femminile? Non osavamo nemmeno scambiarci sguardi interrogativi o stupiti, né tantomeno alzare il piccolo indice e farle notare che quel tema proprio non avremmo saputo come svolgerlo.

Foglio bianco, calamaio ben riempito, silenzio. La lavagna appare ancora più nera e maestosa. Daniela, la prima della classe, rimane rigida sulla sedia, osserva la cima dei pioppi in cortile attraverso le finestre a riquadri, cerca uno spunto. Prova, scrive una frase, che subito cancella , senza farsi notare, confortata che si tratta ancora della bozza. Ma il rumore di un pennino che scivola veloce, quasi stridendo, la distrae : è quello della sua nuova compagna di banco che, china sul foglio, scrive velocemente come se la mano non gli appartenesse, tant’ è che arriva in fondo al primo foglio e lo gira, e poi un altro ancora, fino a riempirne quattro.

Forse che le abbia sottratto parte delle sue capacità? Forse che la vicinanza di banco  abbia funzionato con lo stesso principio dei vasi comunicanti?

Quando sta per suonare la campanella, la prima della classe, delusa di se stessa e stupita della compagna a fianco, mentre si accinge a consegnare rassegnata il suo primo insuccesso, si accorge di una goccia caduta sul piano del banco.  Non si tratta d’ inchiostro, perché è trasparente: è una lacrima, a cui seguono  la seconda e la terza. La sua compagna, per la prima volta tira quel fiocco blu fino all’angolo dei suoi occhi per usarlo come un fazzoletto e schernirsi ritrosa.

“Perché piangi?” Le chiede sottovoce la prima della classe, pur non aspettandosi una risposta dalla timida compagna.

“Mi manca tanto mio papà, lui faceva il tifo per l’Inter”.

E Daniela impara dalla sua omonima e meno fortunata compagna che per riempire i fogli  non sempre servono i libri, ma che anche le emozioni possono guidarti la mano per farti comporre con il cuore.

 

 

 

 

 

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